Gangster sull’isola che non c’è

Sulle connessioni tra il gangster movie e Mafia: Definitive Edition.

C’erano una volta i gangster movie, quelli prodotti dalla Warner Bros. e diretti da registi come Raoul Walsh e Michael Curtiz, spesso interpretati da James Cagney. Poi vennero gli anni Sessanta, e con essi quel capolavoro che è Bonnie and Clyde di Arthur Penn, brillante parodia che rase al suolo l’archetipo del gangster insieme a quel modo particolare di rappresentare l’antieroe. Ma il genere era lontano dall’aver esaurito ciò che aveva da dire e così, nel ‘71, Coppola lo fece rinascere dalle sue ceneri, regalandoci The Godfather, una delle più belle pellicole della storia del cinema statunitense. E poi arrivò Scorsese, che con opere come Goodfellas, Casinò, The Departed e molte altre riuscì a sintetizzare tutte le tendenze interne al film di gangster, consegnandolo al nuovo millennio.

Quando prendiamo in considerazione un videogioco come Mafia non possiamo non tener conto della storia che ha prodotto l’immaginario di riferimento. Lo stesso Roman Hladik, che lavorò alla direzione artistica di tutti e tre i capitoli di Mafia, affermò che il team di sviluppo si fece ispirare fortemente dal cinema. Il primo gangster movie, ovvero Little Ceasar, è uscito nel 1931, quasi un secolo fa, e in un periodo di tempo simile le evoluzioni, i cambi di rotta e i temi che un genere affronta possono essere infiniti.

Non avevo mai giocato a Mafia. Conoscevo il titolo e lo consideravo tra i grandi classici che dovevo recuperare, ma c’era sempre qualche altro gioco che catturava di più il mio interesse (situazione molto frequente tra noi affamati ludofili). Successe, poi, che un noto sito di shopping online regalò tutta la trilogia in edizione Definitive e così, sotto gli entusiasti consigli di alcuni amici, mi decisi a giocare almeno il primo.

Le riflessioni che seguono riguardano, quindi, solo il remake del primo capitolo della serie. So che c’è la tendenza a preferire che questo tipo di studi vengano fatti sulle versioni originali, ma i temi che tratterò in questo articolo possono ignorare questo feticismo per via del loro carattere generale. Inoltre, le possibilità tecniche di cui lo studio di sviluppo ha potuto disporre hanno permesso di rendere ancora più evidenti, anche visivamente, i legami tra il gioco e il cinema, senza tradirne l’anima originale.

Mafia: Definitive Edition (Fonte: screenshot)

C’è un elemento del gameplay di Mafia che tutti i giocatori ricordano con gusto: il piacere di guidare per le strade di Lost Heaven. Il gioco pone molta enfasi su questo aspetto, non solo grazie al meraviglioso feeling alla guida e alla possibilità, inusuale per questo tipo di open world, di avere il cambio manuale, ma anche attraverso le stesse missioni della campagna principale.

Chi ha giocato a Mafia sicuramente ricorderà che Tommy Angelo, inizialmente, è un umile tassista, mestiere che condivide con un altro noto protagonista, ovvero Travis Bickle, dal film Taxi Driver. Con il personaggio interpretato da De Niro, Tommy condivide l’insofferenza per le persone che scarrozza in giro. Nella pellicola, tuttavia, grazie al montaggio, Scorsese riesce a restituirci questa sensazione senza risultare pedante, mostrandoci solo alcuni brevi momenti in una tipica giornata di lavoro di Travis.

In Mafia, invece, il giocatore si trova costretto a portare in giro ben tre NPC, tutti variamente deprecabili e scontrosi con il povero Tommy, mentre il gioco ci dà un compito frustrante quanto inusuale per il suo gameplay: “Drive slow and respect the law”. Tutto ciò non fa altro che evidenziare uno dei temi centrali di Taxi Driver, ovvero la sensazione di non avere le “mani sul volante” della propria vita. Tommy guida di continuo per lavoro, ma è sostanzialmente costretto a farlo per gli altri. Per questo motivo, il momento in cui Tommy entra nella malavita è accolto come una liberazione dal giocatore: che diamine, sto giocando a Mafia, mica a Taxi Simulator!

La metafora della guida come simbolo della libertà personale è ripresa più volte lungo la campagna. Ad esempio, il primo compito che svolgeremo per il nostro nuovo capo, Don Salieri, sarà quello di distruggere alcune auto della famiglia rivale per vendicarci dei soprusi subiti, quasi a rimarcare che non solo ora abbiamo in mano il volante della nostra vita, ma anche il potere di distruggere quella degli altri. Un’altra missione in cui torna questo tema, nota per la sua difficoltà, è quella in cui dovremo vincere una gara automobilistica, al termine della quale il nostro amico Paulie affermerà: “This is a guy who can drive”. Nel momento in cui i gangster sbarcano nei mondi videoludici l’automobile diventa un elemento irrinunciabile; sarà forse il motivo per cui la più famosa saga di questo filone si intitola proprio Grand Theft Auto?

Mafia: Definitive Edition (Fonte: screenshot)

A questo tema se ne affianca un altro, molto più sottile e per certi versi disturbante, quello del gioco. La nostra prima missione da gangster inizia nel cortile sul retro del locale di Don Salieri, dove alcuni scagnozzi stanno giocando a fare la lotta. Dentro il locale, invece, la stanza in cui incontriamo il boss per ricevere le varie quest è preceduta da un salone in cui il pezzo d’arredamento principale è un sontuoso biliardo.

Gli stessi Tommy, Paulie e Sam, durante le missioni, spesso sghignazzano e ridono sonoramente, fanno versi e si esaltano come bambini. Più che minacciosi criminali sembrano un trio di amici irresponsabili. Ma comunque anche questo tema non è affatto nuovo ed è, anzi, fortemente radicato nel gangster movie: gioca, ad esempio, Tony Camonte, protagonista dello Scarface di Hawks quando, durante un attentato alla sua vita in un ristorante, appare inusualmente divertito per le prodezze che i fucili Thompson sono in grado di fare; così come gioca anche Cody Jarrett in White Heat, mentre cerca disperatamente di raggiungere il “top of the world”, sensazione che noi giocatori conosciamo bene. Anche Tommy e James in Goodfellas sono sostanzialmente bambini che giocano, e questo si può vedere sia negli scherzi pericolosi del primo sia nell’incapacità di controllarsi del secondo.

Che sia nei videogiochi o nei film, sembra che i gangster debbano essere rappresentati primariamente come dei grandi giocherelloni, dei moderni Peter Pan. Lo stesso mondo che abitano è una sorta di isola che non c’è, unica fuga possibile all’opprimente grigiore borghese della grande città. E, tuttavia, a differenza dell’eroe di Barrie, arriva il momento per i protagonisti di queste storie di superare la loro eterna adolescenza ed entrare nel mondo degli adulti.

In Mafia, il suono della sveglia che dà una scossa a Tommy è rappresentato dalla violenza, specialmente quella che supera un certo limite di accettabilità. Sono tanti i momenti in cui il gangster sembra realizzare, magari solo per pochi istanti, che cosa sta realmente facendo, e tutti coincidono con sequenze particolarmente macabre.

Mafia: Definitive Edition (Fonte: screenshot)

Il primo di questi è sicuramente quando, inseguendo due teppisti molto giovani, questi si schiantano con la loro automobile in un incidente mortale. L’episodio segna profondamente Tommy che sembra realizzare, in questo frangente, come avere la possibilità di superare i limiti di velocità potrebbe non essere sinonimo di avere davvero le mani sul volante, ma una prima avvisaglia del suo esatto contrario. Quasi che, per un istante, avrebbe voluto poter tornare a inizio gioco, guidando piano e rispettando la legge.

Il secondo è invece quello in cui una donna innocente salta in aria insieme a un’automobile in cui Tommy aveva installato una bomba. La vittima doveva essere un gangster importante, nemico della famiglia Salieri, ma la donna entra in macchina prima di lui. Tommy cerca di avvisarla, ma non fa in tempo e l’automobile esplode davanti ai suoi occhi.

Questa scena ne ricorda un’altra altrettanto famosa, quella di The Godfather in cui la vittima è la prima moglie di Michael Corleone. In quel caso, in realtà, la situazione era molto differente: la bomba non era stata piazzata da Michael e la vittima non era una sconosciuta, bensì la persona a lui più vicina. Eppure, entrambe queste scene, a seguito della morte di un’innocente, causano dei profondi cambiamenti nei protagonisti, sebbene opposti. Michael, infatti, deciderà di entrare nel business del padre e diventare a sua volta un mafioso, mentre invece Tommy riuscirà, anche se nell’arco di anni, a trovare la forza di uscire da quel mondo, proprio ricordando questi eventi.

La differenza profonda tra queste due scene, però, dipende soprattutto dalla posizione che noi spettatori ricopriamo nella vicenda: dal momento che siamo noi, attraverso il gamepad, a piazzare la bomba, in Mafia l’enfasi viene posta sul senso di colpa generato dall’aver causato la morte di un innocente, qualcosa che il cinema può solo farci immaginare, ad esempio negli occhi vitrei e nella recitazione minimale di Al Pacino. È la possibilità dell’azione a capovolgere la scena che, tuttavia, ha comunque bisogno di quell’hummus fertile rappresentato dal cinema e dal suo immaginario. In fondo, i videogiochi sono sempre stati un bellissimo connubio tra gioco e cinema, ed entrambi questi elementi sono egualmente irriducibili.

Mafia: Definitive Edition (Fonte: screenshot)

Infine, il momento decisivo per Tommy è rappresentato dall’assassinio del boss della famiglia rivale, Don Morello. In un qualsiasi altro gioco, questo momento sarebbe stato il gran finale, l’ultima missione del gioco, in quanto di fatto Tommy completa la sua vendetta. Tuttavia, in Mafia rappresenta il momento del cambiamento, quello che in sceneggiatura si chiama turning point. Infatti, Tommy realizzerà che se un boss potente come Morello non ha potuto salvare la sua vita, allora anche lui non sarà mai al sicuro finché resterà nel giro mafioso.

Nel finale del gioco assistiamo a un’altra presa di coscienza, quella di Paulie, che coinvolge Tommy in ultimo colpo per poter racimolare abbastanza soldi e poi scappare dalla malavita. Ovviamente, il tutto viene fatto all’oscuro di Don Salieri, che però scopre l’accaduto e fa uccidere Paulie. Non è un caso che sia proprio Sam l’assassino, ovvero lo stesso che consegnò a Tommy la fatidica busta di soldi da cui iniziò la carriera di quest’ultimo nella mafia.

Sam, nell’economia del testo, è proprio Peter Pan, che porta Tommy-Wendy sull’isola che non c’è, ovvero il mondo di gioco (per noi) e del gioco (per Tommy). Si arrabbia quando Tommy diventa adulto, rovinandogli il divertimento, proprio come fa Peter quando non accetta che Wendy voglia tornare a casa. D’altronde, come lui stesso ricorda spiegando il motivo per cui ha assassinato Paulie, this business has rules, proprio come i giochi, e non rispettare le regole avrà come unica conseguenza il game over.

Alla fine, a Tommy toccherà una sorte simile a quella di molti personaggi interpretati da James Cagney, come Eddie Bartlett di The Roaring Twenties o Rocky Sullivan di Angels With Dirty Faces: riuscirà a diventare adulto, sconfiggendo il suo personale Peter Pan, ma questo gli costerà la vita perché, una volta atterrati su questa spietata isola che non c’è, non si può più tornare a casa.