Sono stato a Berlino nel 2008, come turista e non come expat, ma comunque un anno prima di Vincenzo Latronico, l’autore della frase nel titolo che è anche l’incipit de La chiave di Berlino, romanzo di formazione dello scrittore che poco più che ventenne nel 2009 si trasferì da Milano nella capitale tedesca. Ad attirarlo, come molti altri europei e statunitensi, è stato in primis quel vuoto, quegli spazi enormi che alludevano ad un margine di crescita, una superficie libera in attesa di essere riempita, che a vent’anni è proprio come si percepisce il tempo. Scrive: «Il mio primo appartamento a Berlino era in un palazzo liberty ai piedi del colle di Prenzlauerberg […]. Misurava centotrenta metri quadri e costava quanto un monolocale a Milano».
La componente economica era l’altra grande motivazione del trasferimento. Gli bastavano davvero recensioni, talk e saggi nel mondo della fiorente scena dell’arte contemporanea per raggranellare mille euro e pagarsi l’infimo affitto, vestiti di seconda mano e cene a base di kebab. Il resto del tempo poteva dedicarlo alla scrittura del suo romanzo, ai rave o a bighellonare come un moderno flâneur. Continua: «A Milano gli spazi ci venivano sottratti, il tempo era occupato dal bisogno di soldi; a Berlino ci sdraiavamo sull’erba dell’aeroporto [Tempelhof, trasformato in uno sterminato parco, ndr] o sul pavimento di legno di una stanza enorme e guardandoci intorno ci sembrava tutto infinito».
Mi piace iniziare il racconto di The Berlin Apartment, proprio da qui, dalla fine. Vorrei tanto anche io essere sdraiato in una di quelle bellissime stanze vuote appena imbiancate, con le finestre altissime, con il sole che illumina il pavimento di legno a spina di pesce. Vorrei affacciarmi e scorgere dietro i tetti l’iconica torre della televisione. Oppure starmene semplicemente a guardare la strada sottostante, il grande graffito di un astronauta sul lato del palazzo di fronte o il treno che passa sulla ferrovia sopraelevata. Mi immagino come il nuovo inquilino che metterà piede nell’alloggio ristrutturato nell’annus horribilis 2020 da Malik con l’aiuto (non ditelo all’INAIL tedesca) della sua piccola figlia Dilara.

D’altronde Malik, muratore, carpentiere, cartongessista, pittore edile, falegname, piastrellista tuttofare di chiara provenienza non teutonica, dove altro avrebbe potuto portarla dato che le scuole erano chiuse? (Non si fa alcun cenno della mamma nel gioco, quindi non sappiano nulla di più sulla loro condizione familiare). Certo l’appartamento era ben altro prima di diventare così elegante e pulito. Quando entra è ridotto piuttosto male con graffiti sui muri, mobili accatastati, mattonelle rotte, tutti segni di un probabile squatting. Nel gioco vestiamo con una visuale in prima persona i panni della figlia, che mossa dalla tipica curiosità infantile comincia ad esplorare le stanze. Il padre le chiede di aiutarlo, ad esempio staccando la carta da parati.
Il rivestimento dei muri di un appartamento potrebbe essere paragonato agli strati di una cipolla, sbucciando il primo se ne trova un altro e così via. E a volte in questi vecchi strati, quelli più interni, si possono trovare dei reperti, sedimenti di un passaggio umano in quel luogo e in quel tempo. Oggetti appartenuti a inquilini precedenti, che hanno vissuto per un periodo, lungo o breve che sia, nello stesso spazio abitativo. Una capsula del tempo in muratura. Questi piccoli oggetti (una lettera piegata a forma di aeroplanino, una fotografia, una stella di paglia, un braccialetto) servono ad innescare un racconto che il padre fa alla figlia. Ma qualsiasi storia che venga raccontata a Berlino, per quanto personale sia, deve fare i conti con la Storia con la S maiuscola. È imprescindibile. Lo ha fatto già Jason Lutes nel monumentale graphic novel Berlin intrecciando le vite di una manciata di personaggi negli anni della repubblica di Weimar; lo ha fatto Wim Wenders in Il cielo sopra Berlino facendo ascoltare ai due angeli i pensieri e i dolori dei cittadini ancora divisi dal muro negli anni Ottanta.
In The Berlin Apartment sono state scelte quattro date significative e altrettanti personaggi: Kolja è un giovane botanista nel 1989 (c’è ancora il muro ma per pochissimo); Josef è un anziano ex-proprietario di un cinema nel 1933 (Hitler promulga la prima legge antisemita); Matilda, una bambina nel freddo natale del 1945 (la fine della seconda guerra mondiale con la città sventrata dai bombardamenti); infine Toni, una scrittrice di fantascienza nel 1967 (l’influenza e il controllo della Stasi nella DDR). L’ultimo episodio, quello ambientato nel 1967 e forse il più riuscito dei quattro, in quanto onirico e surreale, in realtà viene narrato dalla piccola Dilara che si improvvisa scrittrice.

Non posso e non voglio aggiungere altro per quanto riguarda le storie, sarebbero degli spoiler inopportuni, anche perché il gioco ha una durata che si attesta intorno tra le tre e le quattro ore. Vorrei invece approfondire delle tematiche che magari possono passare sottotraccia, e che invece sono importanti nella valutazione di quest’opera, che verrà bollata da molti come “il solito walking simulator” o messa a confronto con What remains of Edith Finch. Innanzi tutto The Berlin Apartment a mio avviso è una dichiarazione d’amore alla creatività e alle arti in generale, anche quando si hanno pochi mezzi, o le condizioni sono sfavorevoli o addirittura contrarie.
Nel primo episodio ci sono il disegno, la musica, la cucina e la botanica; nel secondo il cinema; nel terzo l’arte di decorare e rendere accogliente; nel quarto la scrittura. È un invito a non demordere, ad esprimersi in qualunque condizione, a far emergere la propria creatività ad ogni costo. Un altro piano di lettura può essere più simbolico ed interessante. Lo ha già fatto egregiamente e in maniera esemplare Richard Mcguire con Qui, un graphic novel dove la storia è ambientata in una sola stanza, un unico ambiente che attraversa avanti e indietro il tempo, dando così la possibilità al lettore di avere una vista multidimensionale dello scorrere del tempo vignetta dopo vignetta.
Lo stesso esercizio si può fare con The Berlin Apartment. C’è tutta una narrazione ambientale, oltre a quella canonica dialogica, che merita di essere perlomeno presa in considerazione. Anche il solo gesto di camminare all’interno dell’appartamento nelle varie linee temporali ed osservare come cambia la disposizione delle stanze, l’arredamento, i vari oggetti, i libri, i quadri, i vestiti, può raccontare una storia nella storia. Paradossalmente sarebbe potuto essere anche un videogioco muto e sarebbe comunque riuscito bene.

Faccio un esempio. Nel 1933 il frigorifero consisteva in un mobile di legno con uno scompartimento dove mettere un blocco di ghiaccio (malauguratamente tradotto in italiano con “gelato”) e negli sportelli sotto conservare le vivande, un bel pezzo di carne nello specifico. Nel 1945 non c’era bisogno perché non c’era né elettricità, né cibo. Nel 1989 il frigo c’è, probabilmente lo stesso modello in tutte le case della Berlino Est, ma all’interno solo del formaggio ammuffito e poco altro. Nel 2020 il frigo deve essere ancora installato dal nuovo inquilino, ma lo possiamo immaginare come un side by side con distributore di ghiaccio e touch screen integrato.
Andando ancora più a fondo, l’ultima lettura che ne ho fatto è che The Berlin Apartment è anche un’analisi sulla gentrificazione, termine che Latronico stesso definisce “urticante”, lo so, ma al momento non si trova di meglio. Nel gioco assistiamo alle varie modifiche architettoniche interne dell’appartamento, lungo l’intero arco di un secolo. Ma anche a quelle esterne, basta affacciarsi dalle molte finestre. Vediamo le macerie e poi la ricostruzione. Vediamo il muro che separa in due la città per poi scomparire. Vediamo crescere il numero di negozi e locali lungo la via. Franz Hessel in Camminare a Berlino scriveva: «Una città sempre in trasformazione, sempre in procinto di diventare qualcos’altro».
Latronico rievoca il momento in cui mette piede nella Berlino “vuota” del 2009 nel 2023, ben quattordici anni dopo, quattordici anni di cambiamenti continui, e scrive: «Quello che è successo a Berlino è che è diventata migliore in generale – ha più offerta culturale e culinaria, strade più sicure, palazzi più belli – ma ha perso ogni unicità nel particolare. […] i modi di vivere il quartiere dei turisti e dei nuovi abitanti sono sorprendentemente simili: gli stessi caffè monorigine, gli stessi laptop e vini naturali, lo stesso arredamento in casa o in Airbnb». In uno scambio di battute Dilara chiede a suo padre perché non possono avere anche loro un appartamento così grande e bello e la risposta laconica di Malik è: «Perché è per gente ricca».