In fuga per World of Warcraft

Scappare di casa a quindici anni per unirsi alla propria gilda.

L’apice della mia carriera su World of Warcraft andò dall’inizio del 2007 fino a metà del 2008. In quel periodo giocavo circa 40 ore a settimana; trascorsi su Azeroth quasi tutti i miei weekend del secondo e terzo anno di scuole superiori. Comprensibilmente, tali eccessi videoloduci spinsero i miei genitori a preoccuparsi per il mio futuro.

Stabilirono dei limiti: niente connessione durante i giorni di scuola, due ore totali nei fine settimana. Trovavo irragionevoli quelle regole e presto mi organizzai per aggirarle.

Cominciai a frequentare degli internet cafè, spendendo un cospicuo numero di ore—che doveva apparire sospetto—lontano da casa. Quando non funzionava, andavo a casa di un mio amico per giocare su un computer su cui avevo preventivamente installato WoW. Per mettermi in pace con la coscienza, mi dicevo che i miei genitori non potevano capire cosa significasse la gilda per me, e che un orario di gioco ridotto mi avrebbe messo in cattiva luce agli occhi dei miei compagni di gilda. Tuttavia, applicare quei sotterfugi era molto più difficile nella vita reale, rispetto al mondo virtuale. Toccai il punto peggiore quando tentai di installare World of Warcraft su un pc della scuola, utilizzando un server proxy per bypassare l’elenco di attività vietate. Fui beccato quasi immediatamente, e segnalarono alla famiglia il mio comportamento. Il risultato? Tre settimane di reclusione in casa, senza accesso alla connessione internet.

Sono sempre stato orgoglioso della mia mentalità orientata al risultato. Quando mi impunto su qualcosa ci do dentro finché non mi ritengo soddisfatto, anche a costo di sacrificare ore di riposo e stabilità mentale. Sottoposto alle restrizioni dei miei genitori, indirizzai tutta questa energia creativa nello scovare nuovi modi per giocare a World of Warcraft. In breve tempo, trovai la soluzione migliore.

I miei compagni stavano organizzando un incontro IRL (In Real Life), il secondo dopo quello al Blizzcon, presso la casa di uno dei capo gilda a Phoenix, Arizona. L’idea era di sistemare tutti i nostri computer in soggiorno, passare il fine settimana a giocare a WoW insieme, bere, spassarcela e magari rilassarci un po’ in piscina, se ci fosse venuta voglia di uscire all’aria aperta. Non avevo mai provato, e non proverò mai in futuro, una simile urgenza di raggiungere Phoenix, Arizona.

L’incontro IRL della gilda era programmato per il secondo weekend del mio periodo di punizione. Sapevo che i miei genitori non mi avrebbero mai permesso di partire, quindicenne, diretto verso il deserto per incontrare un mucchio di sconosciuti che frequentavo online. Anche se la maggior parte dei miei compagni aveva diciotto anni, alcuni avevano già superato i venti e non c’era modo di sapere come si sarebbero rivelate queste persone nella vita reale. Decisi di usare la situazione a mio vantaggio.

Misi in piedi una storia intorno alla vacanza in campeggio di un mio amico; lui ci andava davvero, nella Kern Valley. Convinsi il mio amico a informare i miei genitori su ogni dettaglio della gita e loro, forse sconvolti dalla sorpresa e dal desiderio di vedermi impegnato in attività all’aria aperta, mi concessero di partire. Poi, in segreto, mi misi d’accordo con due dei compagni di gilda a cui ero più affezionato, due ragazzi californiani che avrebbero raggiunto Phoenix in auto. Si offrirono di passare da Irvine per darmi un passaggio. Quel mattino lasciai casa col sacco a pelo e lo zaino sulle spalle, emozionato come se avessi appena compiuto la rapina del secolo. Il mio “compagno di campeggio” mi passò a prendere con l’auto dei suoi genitori, poi girò l’angolo e spense il motore. Sgattaiolai sul retro della casa, fin sotto la finestra della mia camera dove avevo lasciato il computer. Prima di partire avevo avvolto tutti i cavi e fissato un asciugamano intorno al case; poi, con manovre delicate ed esperte, lo depositai fuori dalla finestra. Era troppo grande per trafugarlo attraverso la porta principale. Da lì, il mio complice mi lasciò cinque miglia più avanti, di fronte a un centro commerciale dove i miei amici di World of Warcraft mi raccolsero più tardi. Era la prima volta che incontravo Austin e Andy di persona. Mi salutarono entrambi con un abbraccio. Le sfumature e i vezzi delle nostre personalità virtuali si traducevano perfettamente anche nella vita reale. Ci conoscevamo l’un l’altro meglio di compagni di classe che si vedevano tutti giorni.

Giocavamo insieme da due anni. Da piccolo mi trasferivo spesso per via del lavoro di mia madre. Avevo vissuto in quattro città diverse durante scuole elementari, medie e superiori. Le relazioni che mi costruivo a scuola svanivano nel nulla appena mi sistemavo in una città diversa. L’amicizia IRL più lunga era durata appena un anno. Anche se li incontravo per la prima volta, Austin e Andy erano miei amici di vecchia data. Saltare in quel van e partire per l’Arizona mi regalò una sensazione di libertà che ho assaporato poche altre volte nella vita.

 

La compagnia si riunisce

Prima di dirigerci in Arizona dovevamo fermarci a Palm Springs per raccogliere lo Stregone della gilda. Ci mettemmo per strada, tre ragazzi che si erano appena incontrati in viaggio verso un altro stato per riunirsi con un mucchio di sconosciuti—che conoscevamo da anni.

Lungo le sei ore di viaggio fino a Palm Springs, osai fumare una sigaretta e persino guidare la macchina: due cose che non avevo mai fatto prima. Poi, con audacia crescente, fumai una sigaretta mentre guidavo la macchina. Nella mia fantasia, essere un adulto significava quello. Immaginavo che, compiuti diciotto anni, scattasse un interruttore e di colpo diventassi libero di fare quello che volevi, senza divieti. Quella che sperimentavo allora, invece, era la versione fantastica dell’età adulta. Un sogno possibile solo prima di diventare adulti per davvero.

Arrivammo a Palm Springs al tramonto. Lo Stregone Chris ci venne incontro emozionato quando bussammo alla porta del suo appartamento. Ecco un altro ragazzo che era l’immagine sputata del suo personaggio online, un altro amico con cui legai all’istante dopo due anni di fratellanza virtuale.

“È il tuo computer, quello?” chiesi, indicando un grosso parallelepipedo nero decorato da LED viola. “Ovvio”, rispose. Quella notte, anziché riposarci, giocammo a World of Warcraft. Tutti e quattro saltammo dentro al nostro solito server, Ventrilo, per incontrare altri compagni di gilda sulla strada per Phoenix. Tutti i miei amici sarebbero stati presto insieme, e io in mezzo a loro.

Mentre il sole sorgeva sopra Palm Springs, ci accendemmo un sigaro. Chiacchieravamo pigri, mentre soffiavamo via nuvolette di fumo. Mi sentii più socialmente attivo in quel periodo di 24 ore che in tutto il resto della mia vita. Era surreale. Ripensavo a come fossi scappato di casa, pur di fare quella esperienza. Mi sorpresi con me stesso per essere ricorso a tali misure estreme, ed ero ugualmente sorpreso dalla mia mancanza di ansia o senso di colpa. Dormimmo un paio d’ore prima di fermarci a un Ruby’s Diner, in centro città, poi saltammo di nuovo sul van hippie di Andy, coi nostri computer e zaini per il fine settimana. Le sette ore di strada fino a Phoenix passarono in un lampo; parlammo di World of Warcraft, della scuola, delle nostre aspirazioni e di dove ci immaginavamo da lì a un paio d’anni, piccoli ma infinitamente distanti.

Mi ricordo che mia madre mi chiamò al telefono, a metà strada da Phoenix. Avevo un groppo in gola quando risposi. Bofonchiai una scusa sul cattivo segnale telefonico, lì tra le curve rocciose della Kern Valley. Mi fece un paio di domande sulla gita e io risposi a monosillabi, cercando di tenere l’invasiva presenza dei miei genitori lontana dalla mia avventura. Riattaccai. Austin mi disse che ero proprio un furbissimo stronzo, e non parlammo più dei miei genitori per il resto del viaggio.

World of Warcraft
Titolo
World of Warcraft
Autore
Daniel Lisi
Editore
Boss Fight Books
Anno
2016
Nel primo pomeriggio arrivammo in un piccolo complesso residenziale a Phoenix, e quei compagni di gilda che avevo conosciuto pochi mesi prima al Blizzcon corsero a salutarci. Il soggiorno era spazioso, coi mobili sistemati per ospitare tutti i nostri PC. World of Warcraft andava avanti nonstop su ogni monitor, mentre la gente mangiava, beveva e chiacchierava. Di rado le conversazioni si allontanavano dal contesto del gioco, per virare su toni personali. Quando parlavamo delle nostre vite, in genere era per lamentarci degli obblighi che ci distraevano da WoW; poi tornavamo a discutere dei raid, dello stato del gioco, e dei nostri obiettivi come gilda per l’estate successiva. Passammo il weekend godendoci la calda primavera di Phoenix a bordo piscina. La temperatura era fissa sui 30 gradi, con abbastanza umidità da riempire un parco acquatico. Quando il soggiorno/laboratorio si faceva troppo caldo e sudato, trascorrevamo qualche ora offline chiacchierando di WoW, e quando avevamo fame ci spostavamo in massa, come un unico party affamato, verso il ristorante più vicino. L’ultima sera andammo tutti quanti a giocare a bowling. Scoprii che il gin tonic, al buio, brillava di una luce blu. Ogni battuta, citazione e storia del gruppo si basava su World of Warcraft. Parlammo a lungo di eventi che ci erano capitati in-game, li ricordavamo come se li avessimo vissuti davvero: la difficilissima sezione anti-gravitazionale del combattimento contro Kael’thas Solealto, o l’emozione nell’affrontare per la prima volta il raid del Pozzo Solare.

Le storie della nostra gilda in WoW possiedono molto più significato del gioco in sé. Hanno a che fare col tempo trascorso insieme: qualcosa di divertente che qualcuno ha fatto durante un raid, gossip imbarazzanti ascoltati per caso in chat, trionfi da festeggiare come gruppo coeso. Ci facevamo belli coi racconti delle nostre illustri carriere, tutti insieme su Azeroth. Erano storie ricche di personalità e sentimento, evocavano forti emozioni in noi.

Di cos’altro avremmo dovuto parlare, al di là di quello che già sapevamo su di noi? Non avevo voglia di approfondire i dettagli della mia stagnante vita alle scuole superiori, o del fatto che fossi in punizione e non potessi nemmeno giocare a WoW alla luce del sole.

No, preferivo parlare coi miei amici del mio Ladro potentissimo, in cima alla classifica dei DPS (Danni Per Secondo) e protagonista di assalti a fortezze nemiche. Quella volta che uccidemmo Onyxia il Drago Nero per la prima volta, e poi appendemmo la sua enorme testa a scaglie in mezzo a Orgrimmar, perché tutti la vedessero. Quella volta che il nostro Mago partecipò a un raid da ubriaco, e si uccise per sbaglio precipitando nel vuoto nella Caverna di Sacrespire. Queste erano le nostre storie: la nostra Storia.

Finii il gin tonic da cui il mio amico mi aveva concesso qualche sorso, gustandomi le gioie della compagnia. Mi sentivo triste all’idea che quel weekend stesse finendo, desideravo che quelle persone potessero vivere più vicine a me. Presi in mano il telefono per la prima volta da quando ero arrivato a Phoenix; fu solo allora che vidi “Mamma (12 chiamate perse)”.

 

La quest in pericolo

“Lo sapevi che il tuo computer non c’è più?” fu la prima cosa che mi chiese. Ero corso fuori dalla pista da bowling appena accortomi dell’insistenza con cui mia mamma mi aveva cercato per tutto il pomeriggio. “Sì”, risposi. “Eh, ho fatto un casino e l’ho portato a riparare”. Il mio cervello, annebbiato dal gin, non seppe fabbricare una scusa migliore di quella. Non volevo che il mio viaggio finisse così, a camminare su e giù per un parcheggio di Phoenix mentre tentavo di convincere mia mamma. Mi chiese come stesse andando il campeggio e io le dissi che era uno spasso. Avevo pescato qualche pesce, giù al fiume. Li avevo anche puliti ed eviscerati, dopo che il padre di Brian mi aveva insegnato come fare. Poi li avevamo cucinati sul falò e mangiati per cena. Fu un colpo da maestro. Tutto il sospetto che intuivo nella sua voce si dileguò, e il morso allo stomaco mi si allentò. Ci salutammo e riattaccammo. Restai lì per un po’, come intontito, prima di ritornare dal resto del gruppo. Il mattino dopo caricammo il nostro equipaggiamento sul van di Andy e salutammo gli amici della gilda, puntualizzando che ci saremmo visti quella sera stessa, online. Il viaggio di ritorno fu sonnacchioso, privo di eventi. Tutti e quattro eravamo esausti dopo la maratona di WoW; non c’era tempo per dormire, dovevamo divertirci coi nostri amici IRL. Più ci avvicinavamo a Irvine e più diventavo nervoso. Il piano non era ancora compiuto, e c’era ancora il rischio che i miei mi cogliessero sul fatto. Scesi dalla macchina a qualche isolato da casa mia, in una stradina nascosta; avevo scelto un luogo poco trafficato per evitare che qualcuno, per caso, si accorgesse di me. Lasciai il computer sotto la finestra, avvolto negli asciugamani, poi girai intorno alla casa per raggiungere la porta principale. Entrai. Mia mamma e il mio patrigno mi accolsero festosi, facemmo due chiacchiere sulla gita, raccontai di nuovo la storia del pesce, svuotai lo zaino e mi fiondai sotto la doccia. Ce l’avevo fatta, in un modo o nell’altro. L’avrei passata liscia.

In effetti, i miei genitori non nutrirono alcun sospetto sulla mia bravata finché non cominciai la stesura di questo libro. Chiamai mia mamma al telefono e sputai il rospo sull’intera operazione, ogni dettaglio: dal campeggio fasullo fino all’alcool e alle sigarette. Confessai che temevo di essere stato scoperto quando mi chiese notizie del computer.

La sua reazione? “Orribile, Daniel. Tremendo, tremendo! Eri minorenne! Potevi finire ammazzato!”. Non si sbagliava, fu un comportamento di merda nei confronti di un genitore. Anche se ci eravamo incontrati poco prima al Blizzcon, in quel gruppo di adulti poteva nascondersi chiunque. Agli occhi di una madre, quella gita doveva essere un incubo. Le chiesi cosa avrebbe fatto se si fosse accorta dell’inganno, e lei mi disse, senza esitare, che sarebbe volata fino a Phoenix per sculacciarmi e riportarmi a casa. Sì, le risposi, anch’io diventerei incontrollabile se mio figlio combinasse qualcosa del genere.

“Ti senti in colpa, perlomeno?” volle sapere mia mamma. Non posso dire di sì. Quel viaggio fu il momento migliore della mia adolescenza. Fu una cosa stupida, ma è un ricordo che conservo tra i più cari. Mia madre vorrebbe aggiungere che si sente imbarazzata all’idea che questa storia compaia nel mio libro. Grazie, mamma, per non averla presa troppo male.

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