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In Other Waters, tra trasformazione e contatto

Una delicata storia di amore e abbandono, con un risvolto ecologico e un altro sicuramente bioetico.

Nel 1985, Franco Battiato cantava in No Time No Space: “Parlami dell’esistenza di mondi lontanissimi, di civiltà sepolte, di continenti alla deriva”. In Other Waters si inserisce in quel paradigma tanto vasto che è il panorama fantascientifico, in cui, come spesso accade (vedi Tharsis, Astroneer, No Man’s Sky anche se sono moltissime le differenze tra questi titoli), una missione su un pianeta extra o intra sistema solare è naturalmente il motore a propulsione di una spedizione spaziale.

A ciò si mescola poi altro carburante, che nel caso di In Other Waters è una delicata storia di amore e abbandono, con un risvolto ecologico e un altro sicuramente bioetico. E tutti questi livelli di analisi e chiavi di interpretazione sembrano cozzare con il gameplay ridotto all’osso del gioco, che adatta una sceneggiatura di per sé semplice ma con tanti nodi da districare al genere dell’avventura testuale, costringendoci, di fatto, ad avvicinarci ad un gioco che nasconde al suo interno spicchi di altre opere che non sono propriamente videoludiche.

Come il creatore del gioco Gareth Damian Martin racconta in un’intervista a Paste, in un videogioco dove la parte attiva vera e propria si riduce ad una semplicissima interfaccia, sono l’immaginazione e l’interazione che spingono il giocatore ad andare avanti; interazione che avviene tramite un processo di osservazione e trial, dove il giocatore deve collezionare e capire come utilizzare la varie specie, ad esempio, come fornitura d’ossigeno. Martin cerca così, in qualche modo, di sovvertire le meccaniche videoludiche che solitamente ci ritroviamo ad utilizzare: “In un certo senso il gioco ha due parti: volevo ci fosse una forte narrativa che avesse il senso di immersione e l’interesse personale di qualcosa come Firewatch o The Last of Us, ma volevo anche che al giocatore fosse possibile allontanarsi quando desiderava immergersi nel mondo, un senso di esplorazione, studio, scoperta”.

“Parte del concept originale del gioco era un Metroid-scientifico, ma anche qualcosa tratto da Annientamento di Jeff VanderMeer o Il mondo sommerso di J.G. Ballard, dove il protagonista è uno scienziato che ha una visione del mondo diversa rispetto a quella che potrebbero avere un colonizzatore, un esploratore o un soldato. Ciò mi ha portato ad esplorare l’alternativa di impersonificare un biologo (o assistente biologo) e costruire un sistema che possa sostituire le strutture tipiche dei videogiochi, come il ‘farming’ o il combattimento”.

In Other Waters (Fonte: press kit)

Ellery Vas è una xenobiologa che si occupa di biologia sintetica, ovvero “lo studio della sintesi e della manipolazione di dispositivi e sistemi biologici”. La studiosa approda su Gliese 667 Cc, un esopianeta nel sistema dello Scorpione, scoperto a fine 2011 da un gruppo di ricercatori dell’Università di Gottinga. Gliese nell’universo di In Other Waters non solo soddisfa tutte le condizioni necessarie per ospitare la vita come noi la intendiamo, ma presenta un vasto oceano che occupa gran parte della sua superficie. Arrivata sul pianeta in seguito alla richiesta della collega e amante Minae Nomura, Ellery ritrova una tuta per immersione che si rivela essere senziente, cosciente e che collabora attivamente alle ricerche della protagonista—e queste ricerche nelle profondità dell’oceano del pianeta ci portano a svelare una misteriosa e fallimentare missione che vede come “antagonista” l’agenzia Baikal, per la quale lavorano sia Nomura che Vas.

Un setting simile riporterà forse alla mente di alcuni il capolavoro di Stanislaw Lem Solaris, riproposto negli anni Settanta come adattamento cinematografico dal regista russo Andrej Tarkovskij. Anche in quel caso l’oceano era il punto focale dell’attenzione dello spettatore/lettore, vaso contenitore di tutti i misteri. Ellery in In Other Waters entra nell’oceano di Gliese e lo studia, ponendosi in un certo senso le stesse domande che Kris Kelvin si fa in Solaris: gli abitanti di questo pianeta (nel primo caso forme di vita simili a coralli, molluschi, nel secondo i “mimoidi”, strutture multidimensionali) sono come noi individui indipendenti, o rami di una stessa creatura senziente e assoluta che appartengono, di fatto, alla “ocean mind”?

I due titoli si pongono tanti interrogativi simili, tra cui l’analisi dell’altro, che ricorda anche le scene finali dell’adattamento cinematografico del già citato Annientamento di Jeff VanderMeer: in Solaris, quando Kris ritrova la sua ex-compagna suicida sulla stazione orbitante intorno al pianeta, e In Other Waters Ellery ritrova Minae senza coscienza ma non in stato vegetativo (la protagonista ci riferisce che i parametri vitali sono stabili, ma Nomura sta mutando in “altro”), entrambi si chiedono se ciò che hanno di fronte sono le persone che conoscevano; entrambi sanno che qualcosa—qualcosa legato all’esperienza sul pianeta—li ha cambiati, ma non riescono ad accettare l’unica via, quella di lasciare andare un ricordo.

E ancora, un nodo cardine che presentano ambedue le opere è il tentativo dell’essere umano di prevaricare su una natura senziente ma che appare fragile e senza armi: nel caso di Solaris, anni ed anni di studi solaristici hanno portato parte dell’umanità al desiderio di distruggere il pianeta, mentre in In Other Waters, decenni prima degli accadimenti in cui siamo coinvolti, la Baikal aveva tentato di utilizzare gli “Artificieri” (entità che abitano il pianeta capaci di riprogrammare geneticamente DNA e RNA) per creare dispositivi coscienti e “superiori”. Inutile dire che entrambi i propositi falliscono, come in una trasposizione su un livello ecologico della lotta tra il Bene e il Male, dove la malvagità è incarnata dall’uomo sfruttatore e insensibile contro una natura che non ha strumenti per difendersi.

In Other Waters (Fonte: press kit)

In contrapposizione a quest’eterna lotta, In Other Waters ci offre una terza via, che è quella della cooperazione: invece di dividere ciò che è umano da ciò che è meccanico o naturale, il titolo ci presenta una collaborazione molto intensa nella scoperta e catalogazione di questo mondo alieno.

Il primo contatto in In Other Waters avviene dunque su due livelli: quello tra Ellery e la natura che pare incontaminata di Gliese, e tra la protagonista e lo scafandro ad immersione che impersonifichiamo (dandoci la possibilità di assumere un punto di vista non antropocentrico). E se nella fantascienza “tradizionale” l’incontro tra entità aliene ed umane avviene secondo il paradigma “natura aliena che primeggia sull’uomo” (come in La minaccia di Callisto di Isaac Asimov), oppure “umani che colonizzano e sottomettono altre specie extraterrestri intelligenti” (vedi L’arma troppo terribile per essere usata ancora di Asimov) o anche “entità superiori aliene che sottomettono l’uomo” (La guerra dei due mondi di H. G. Wells), In Other Waters ci propone un’alternativa innovativa, o per lo meno scarsamente indagata (un esempio famosissimo potrebbe essere ET – l’extraterrestre).

Il contatto tra i due mondi non arriva però alle vette raggiunte da Arrival (lungometraggio tratto dal ciclo di racconti Storie della tua vita di Ted Chiang), in cui una linguista tenta di costruire un linguaggio per comunicare con entità aliene, perché In Other Waters ci presenta una fantascienza vicina alla realtà e al futuro umano più prossimo, dove ad essere scoperte sono forme di vita “semplici” e con le quali, almeno con le controparti terrestri, non cercheremmo di comunicare mediante i nostri codici linguistici.

La discesa di Ellery nell’oceano di Gliese alla Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne è una sintesi perfetta del fulcro della narrazione: l’incontro è contemplativo, di catalogazione, una conoscenza senza armi e “alla pari”, dove il compito principale della protagonista è quello (oltre rivelare il disastro lasciato dalla Baikal) di classificare gli organismi viventi. In poche parole, In Other Waters, insieme a tutti i nodi di cui abbiamo parlato, ci regala un’esperienza fuori dagli schemi concepiti per gli altri videogiochi; un’esperienza da biologi esperti di tassonomia che potremo continuare anche in endgame, assaggiando qualcosa che, si spera, i veri studiosi sperimenteranno presto.

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