Un pensiero mi ha accompagnato costantemente durante la scalata del monte Kami. Perché tanta sofferenza? Da cosa deve scappare Aava? Cosa la spinge a compiere un’impresa nella quale nessuno ancora è riuscito? Perché cadere rovinosamente più e più volte; soffrire la fame, la sete e il freddo; spellarsi le mani e i piedi fino a farli sanguinare; essere esposta a vento, pioggia e neve? Poi, giunto circa a metà del percorso, è bastato un cambio di prospettiva: ho smesso di fissare la nuda roccia e la vetta e ho volto lo sguardo al paesaggio. In quel momento ho capito. Davanti a me si stendeva quasi lo stesso scorcio del Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich. Solo che al posto del distinto signore con soprabito e bastone da passeggio, c’era Aava. L’opera, considerata il capolavoro del Romanticismo tedesco, da un punto di vista filosofico può essere vista come la nascita dell’individuo moderno, dove la comunità si è disgregata e ci si ritrova da soli, in un perpetuo isolamento esistenziale.
Aava ha ancora degli sporadici contatti telefonici con il mondo sottostante, ma non risponde mai. Anzi sembra infastidita da queste incursioni vocali. Il suo manager, la sua compagna, i suoi amici provano a trattenerla nel “reale”, ma è chiaro che la sua intenzione è quella di recidere tutto e in un momento di estrema rabbia infatti stacca l’antenna dal suo climbot, unico presidio tecnologico che garantiva un ponte con i propri simili. Da quell’istante, la solitudine diventa assoluta. Non ci sono più voci umane, ma solo un dialogo muto tra lei e il monte Kami, scandito dalle sue imprecazioni e dal ruggito del vento. Se il Viandante ci insegna che la conoscenza non passa per la misurazione scientifica del mondo ma attraverso l’emozione e lo stupore davanti al mistero, credo sia proprio questo ciò che Aava insegue.
In un piccolo festival chiamato Le parole della montagna che si svolge ogni estate nel comune di Smerillo, qualche anno fa Andrea Colamedici e Maura Gancitano mi lasciarono una dedica nel loro libro Tu non sei Dio che recita così: “a Gianni, buona ricerca! (e buon smarrimento)”. Dalla lettura del libro ho capito che lo smarrimento è fondamentale tanto quanto la ricerca e che soltanto dopo aver appreso quali sono i nostri bisogni e limiti, riusciremo a conoscere le nostre potenzialità e, soprattutto, individuare il proprio scopo nel mondo. Dicono i due filosofi: “Conoscere se stessi significa intravedere il senso dell’esistenza. La conoscenza di sé è il culmine della cura di sé”. Aava, come la maggior parte degli occidentali, ha perso la capacità di comprensione di certe dinamiche invisibili, slegate dal denaro e dal potere. Allora volge lo sguardo a oriente (le lung-ta, bandierine di preghiera tibetane appese ovunque sono il segno più evidente che ci troviamo in qualche regione orientale).

La deriva illuministica ha creato uno scompenso, un bisogno di romanticismo, che rappresenta il tentativo estremo e disperato di ritrovare gli spazi sacri, che la società ha escluso dal panorama. Il problema è che questo bisogno avviene all’interno di una società ancora fortemente capitalistica, che divora tutto quello che trova. Dunque divora anche questo bisogno, trasformandolo in un prodotto. Il suo manager chiede costantemente foto e video della sua impresa. Ma lei ha rotto la macchina fotografica. È chiaro fin da subito che non vuole trasformare la sua impresa in un prodotto da vendere e quindi monetizzabile. Vuole tenerlo solo per se stessa, il valore è puramente intrinseco.
Il suo equipaggiamento è obsoleto: un giubbotto anni Ottanta dai colori fluo sbiaditi, uno zaino pesante, una tenda spartana. Non ci sono sponsor tecnici. Le sue membra sono avvolte da bende che la rendono una sorta di mummia moderna; ai piedi non ha scarpette da arrampicata, ma pelle indurita e tagliata dalla roccia. La accompagna un climbot (robottino tuttofare) malconcio, un vecchio modello senza GPS che però può macinare rifiuti per produrre magnesite o riparare i pitons. Da questo si deduce che il suo è uno stile puramente “alpino”. Se lo stile himalayano si basa sull’assedio della montagna tramite campi intermedi, corde fisse e il supporto degli Sherpa, lo stile alpino è l’approccio più puro e leggero: una spinta unica dalla base alla vetta, senza ossigeno supplementare o aiuti esterni. Questa filosofia si riflette in un gameplay duro e spietato, dove ogni appoggio sbagliato può compromettere tutto.
Come nell’arrampicata reale, la fluidità conta più della forza bruta. Nonostante qualche imperfezione tecnica, come le gambe che si incrociano in pose improbabili o arti che compenetrano i poligoni, la soddisfazione che si prova dopo aver superato una via difficile è impagabile. Quando Aava raggiunge un terrazzamento e monta la tenda—l’unico checkpoint del gioco—inizia una parte gestionale tutt’altro che banale. Bisogna cucinare le risorse trovate (fiori, miele, noodles), bendarsi le dita per migliorare il grip, gestire la temperatura corporea, la fame e la sete. È una gestione consapevole: nella mia prima partita, per aver sprecato risorse e chiodi, ho dovuto cedere alla modalità assistita; nella seconda, affrontata con una nuova consapevolezza, la montagna mi si è rivelata in modo diverso.

Cairn è un’opera essenzialmente verticale, eppure capace di offrire una libertà d’azione sorprendente. Due scalate non si somigliano mai: nella mia esperienza, la seconda ascesa mi ha permesso di esplorare versanti e anfratti completamente inediti, svelando segreti che la prima salita aveva tenuto celati.
Tra queste pieghe di roccia ho approfondito la conoscenza della civiltà dei Trogloditi che un tempo abitava il monte Kami, una sorta di comune autosufficiente che sembrava aver trovato un equilibrio arcaico con l’ambiente. Ora, a costo di apparire eretico, ho avuto la netta sensazione che più Aava procedeva verso l’alto, più in realtà scendesse nelle profondità di se stessa. Su questo punto trovo un solido sostegno nelle parole di Colamedici e Gancitano: “La crescita, nel percorso immaginario dell’uomo comune, viene automaticamente associata alla scalata verso l’alto. A partire dalle antiche tradizioni cristiane, ebraiche, greche, che ponevano nella scala verso il cielo un simbolo molto potente di progresso spirituale, ciò che unisce viene posto in alto e ciò che divide si trova in basso”.
Tuttavia, citando James Hillman ne Il codice dell’anima, i due filosofi ribaltano questa prospettiva: «Finché la cultura non riconoscerà che crescere è discendere, tutti i suoi membri si troveranno ad annaspare alla cieca per dare un senso agli obnubilamenti e alle disperazioni di cui l’anima ha bisogno per penetrare nello spessore della vita». Hillman ha il merito di aver riportato l’attenzione sulla crescita come discesa: come una pianta che eleva i rami verso la luce solo se, simultaneamente, spinge le radici nell’oscurità della terra, verso la linfa vitale. L’anima contemporanea, spesso oberata da manie di grandezza e scalate sociali che cozzano con la sua natura, anela in realtà a “scendere nel mondo”. Attraverso la fatica, la solitudine ossessiva e il dolore fisico, l’anima di Aava compie esattamente questo percorso: usa la verticalità del Kami per sprofondare finalmente nella realtà del proprio essere.

Nel panorama videoludico indie, altre vette hanno lasciato un segno profondo, pur con significati antitetici. Penso a Hawk Peak in A Short Hike, dove la scalata di Claire non è mossa dalla gloria, ma dal bisogno tenero e umano di trovare un segnale telefonico per parlare con la madre. Lì, la montagna è connessione affettiva e cambio di prospettiva: l’esatto opposto del solipsismo di Cairn. Oppure il Monte Celeste nell’omonimo Celeste, dove la roccia si fa manifestazione fisica del disagio psichico. La scalata di Madeline non mira a sconfiggere i propri demoni, ma a integrarli e accettarli; la vetta è il simbolo di una faticosa auto-accettazione. Il monte Kami di Cairn, invece, incarna una natura indifferente e spietata—e qui torna prepotente l’eco del Viandante sul mare di nebbia da cui siamo partiti.
Il termine stesso che dà il titolo al gioco, Cairn (l’ometto di pietra in italiano), racchiude un paradosso moderno. Un tempo questi piccoli cumuli servivano a orientare i viandanti; oggi, al contrario, rischiano di disorientarli, poiché le cime ne sono ricoperte da chiunque voglia lasciare una traccia egoica del proprio passaggio. Eppure, il senso autentico del cairn dovrebbe essere l’opposto: rappresentare una traccia effimera, il segno di un transito umile in un ambiente che, fondamentalmente, non ci appartiene. In questa visione, Cairn supera la dimensione puramente ludica per farsi manifesto di una montagna vissuta con devozione, un luogo sacro dove la solitudine trasforma l’arrampicata in un’esperienza mistica.
È un messaggio che stride violentemente con la cronaca odierna, che ci restituisce l’immagine di una montagna sotto assedio, vittima di un “turismo cafone” che non rinuncia a nessuna comodità urbana. Dai rifiuti abbandonati lungo i sentieri agli ingorghi surreali sulle vette dell’Everest, fino agli après-ski alcolici con Jerry Calà a 2000 metri e sedicenti tiktoker che fanno sbarcare decine di pullman a Roccaraso. Contro questa profanazione dello spazio d’alta quota, Cairn ci ricorda che la montagna non è un prodotto da consumare, ma un silenzio da ascoltare.