La domanda che mi è subito balzata in mente quanto ho visto il titolo del nuovo gioco sulla serie dei Moomin sviluppato dal piccolo studio norvegese Hyper Games è stata: ma perché far uscire un gioco che fa dell’inverno il suo punto di forza in primavera? Moomintroll: Winter’s Warmth sembra già vivere di dicotomie ancor prima di avviarlo. Può l’inverno generare calore? Perché mettersi davanti ad uno schermo a primavera inoltrata, quando fuori la natura ci richiama con la sua esplosione di colori, suoni e profumi, per vedere per la maggior parte del tempo solo il bianco abbacinante della neve, i riflessi azzurrognoli del ghiaccio, il grigio del vento e della nebbia e il nero pesto della notte? La risposta mi è arrivata alla fine delle circa 10 ore che ho impiegato per portarlo a termine. Probabilmente ce ne vorranno anche meno, ma io insieme ai miei figli di 10 e 11 anni (il titolo non è localizzato in italiano quindi gli facevo da traduttore) abbiamo girato in lungo e largo tutta la valle dei Moomin e completato il gioco al 100% pur di aiutare il bianco troll dal naso prominente nelle sue avventure invernali.

Rispetto a Snufkin: Melody of Moominvalley (la precedente incursione videoludica nell’universo narrativo di Tove Jansson), il cambio di prospettiva è netto: non guidiamo più Tabacco, che se n’è andato dalla valle come ogni fine estate, ma il piccolo Moomintroll in persona. Moomintroll: Winter’s Warmth traduce in forma interattiva la sensibilità delle parole di Magia d’inverno (Trollvinter il titolo originale del romanzo del 1957). In questo articolo Flavio Pintarelli legge il romanzo con suo figlio, entrambi accucciati sotto una copertina e solo con una lucina accesa: consiglio vivamente di copiare l’esperienza con il videogioco. Se nel primo episodio il focus era l’ecologia, qui lo sguardo è più introspettivo. La premessa narrativa è tanto semplice quanto efficace: Moomintroll si sveglia nel bel mezzo dell’inverno (solitamente i Moomin vanno in letargo da novembre ad aprile) e si ritrova solo, spaesato e incapace di riaddormentarsi mentre Moominpappa e Moominmamma ronfano e sognano alla grande.

Moomintroll: Winter’s Warmth (Fonte: press kit)

Comincia così una serie smisurata di quest (e non missioni, come sottolineerebbe il chierico di Esoteric Ebb) che porteranno Moomintroll ad uscire di casa da solo, vedere per la prima volta una valle completamente diversa e ricoperta dalla neve, prendere decisioni in autonomia, aiutare tanti personaggi conosciuti e sconosciuti; insomma, a cavarsela da solo. Il gioco fonda le sue meccaniche sull’esplorazione e dei semplici puzzle ambientali. In questo contesto, i puzzle non si limitano a rappresentare ostacoli ludici, ma diventano vere e proprie articolazioni del processo di crescita del protagonista.

Ogni enigma risolto non segna soltanto un progresso nel gioco, ma corrisponde a una trasformazione interiore: il passaggio dall’insicurezza dell’infanzia alla competenza dell’adolescenza. Una delle dinamiche più significative è quella legata al cambiamento del punto di vista. Molti puzzle richiedono di interagire con oggetti che, durante l’estate, avevano una funzione precisa e che, nell’inverno, ne assumono una completamente diversa. Questo slittamento funzionale non è un semplice espediente di gameplay, ma riflette una necessità profondamente adolescenziale: quella di risignificare il mondo. Il giocatore è chiamato ad abbandonare una logica appresa e rassicurante (tipica dell’infanzia) per adottare uno sguardo più flessibile, pragmatico e creativo. In questo senso, l’insegnamento di Too-ticky diventa centrale: l’inverno non è un errore da correggere, ma una realtà diversa da comprendere.

La mappa della valle dei Moomin stavolta sembra ispirarsi ad un metroidvania: è interconnessa, l’esplorazione non è lineare e la progressione del personaggio è vincolata al ritrovamento di nuove abilità. Nel caso specifico tutte relative all’inverno: dei fiammiferi per accendere il fuoco o illuminare aree buie, delle muffole per fare delle palle di neve da lanciare, un’ascia per tagliare la legna e una pala per spalare la neve. Questi oggetti possono essere migliorati solo una volta grazie a Too-ticky e a dei materiali specifici. Una volta potenziati gli attrezzi, si può accedere a nuove aree. Forse c’è un pò troppo backtracking e non sempre le indicazioni sulla mappa sono precise: alcune zone risultano molto dispersive e bisogna tornare sui propri passi più e più volte, soprattutto se si decide di completare il gioco al 100%. Ho trovato invece molto riuscito l’uso dei puzzle legati alla luce e al calore. In Moomintroll: Winter’s Warmth, il calore non è una condizione data, ma una risorsa da conquistare. Accendere un fuoco o trovare riparo non è soltanto una sfida di sopravvivenza, ma una metafora della costruzione di un centro emotivo autonomo.

Moomintroll: Winter’s Warmth (Fonte: press kit)

Se in primavera il benessere è garantito dalla protezione familiare, l’inverno impone una rottura: il giocatore deve imparare a generare da sé le condizioni della propria sicurezza. In questo senso, il puzzle assume la forma di un rito di passaggio, in cui l’autonomia pratica si intreccia con quella emotiva. Parallelamente, il gioco introduce enigmi che possono essere risolti solo attraverso l’interazione con personaggi percepiti all’inizio come estranei o inquietanti, come il cane Sorry-oo o le tante winter beings. Questa dimensione cooperativa riflette un passaggio decisivo nella crescita: il superamento del nucleo familiare (che continua beatamente a dormire) come unico orizzonte relazionale. L’adolescenza, in questa prospettiva, è il momento in cui si impara che l’altro non è semplicemente un’estensione del proprio mondo, ma un’alterità con cui entrare in dialogo. Risolvere un puzzle insieme a chi non si comprende immediatamente diventa così un esercizio di empatia e mediazione.

Altro elemento meno evidente, ma altrettanto significativo, è il ruolo del silenzio nel design degli enigmi. Molti puzzle richiedono osservazione attenta e ascolto di segnali ambientali minimi, quasi impercettibili. D’altronde l’inverno è naturalmente “ovattato”, e oltre agli splendidi e rilassanti suoni della natura (vento, neve, acqua che scorre) ci sono pochissime e rarefatte incursioni musicali, centellinate note di pianoforte o chitarra. Questa scelta rallenta il ritmo dell’esperienza e induce ad una dimensione contemplativa. Anche camminare nella neve per il Moomintroll risulta lento e faticoso, ma una volta che ha tracciato la via, va più spedito. La lentezza diventa qui una forma di educazione alla pazienza e all’introspezione: per procedere, non basta agire, ma è necessario sostare, percepire e comprendere.

Nel complesso, i puzzle di Moomintroll: Winter’s Warmth funzionano come frammenti di un processo di costruzione identitaria. Ogni enigma risolto restituisce al protagonista un pezzo di sé, sottratto alla vaghezza del paesaggio invernale. Quando infine la neve si scioglierà, ciò che emergerà non sarà soltanto la fine di una stagione, ma la trasformazione compiuta di chi l’ha attraversata: un soggetto capace di abitare il mondo senza la protezione originaria, portando con sé un calore che non dipende più dall’esterno, ma è stato costruito dall’interno.

Moomintroll: Winter’s Warmth (Fonte: press kit)

Il passaggio dall’inverno alla primavera è forse la transizione più carica di significato simbolico nell’immaginario umano: un archetipo universale che attraversa culture, religioni e filosofie. L’inverno rappresenta la contrazione. Il mondo si ritira in sé stesso, la natura entra in uno stato di apparente morte (così come i genitori di Moomintroll) e la luce cede spazio all’oscurità. Il freddo spinge verso l’interiorità, sia fisicamente (nel rifugio della casa e del focolare) sia psichicamente, nel momento dell’introspezione e nel confronto con le proprie ombre. Eppure fuori c’è ancora un intero mondo da esplorare e con il quale interagire divertendosi. Per la prima volta in vita sua Moomintroll ne prende coscienza: scendere con la slitta, giocare a palle di neve, a nascondino, costruire un fortino, rompere i pupazzi di neve, esplorare le grotte, incontrare vecchie e nuove amicizie. Non si può vivere sempre in primavera/estate, la vita non procede in linea retta ma a spirale: si ritorna agli stessi punti, ma ogni volta trasformati, così che ogni primavera è insieme identica e diversa.

La primavera non vince davvero l’inverno: lo attraversa, lo presuppone e lo contiene come propria condizione di possibilità. Forse il significato più profondo risiede proprio in questa tensione: non esiste luce senza l’oscurità che la precede, né rinascita senza la morte che la rende possibile. Il ciclo, allora, non è una prigione ma una danza, e la vera saggezza consiste nell’abitarlo consapevolmente, senza aggrapparsi né alla notte né al giorno. Ecco che far uscire un gioco sull’inverno in primavera non è un errore di marketing, ma un invito: a non dimenticare, proprio nel momento del massimo splendore, che il calore più autentico è quello che abbiamo imparato a darci da soli quando fuori tutto sembrava dormire.

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