La prima volta che ho visto il trailer di Winter Burrow, che ha come protagonista un topolino antropomorfo, mi sono tornate alla mente una serie di illustrazioni per bambini. Erano illustrazioni antiche, riempite di tanti colori pastello, e rappresentavano diversi animali, tra cui topi, conigli, gattini, affaccendati in attività comuni svolte tipicamente dall’essere umano. Ricordo benissimo quella di un topolino intento a cucire; non ricordo esattamente il libro illustrato, probabilmente sarà stata un’immagine di un albo oppure la copertina di un vecchio quaderno, non ricordo molto bene.

Winter Burrow, sviluppato da Pine Creek Games, presenta come un’evoluzione coerente della tradizione iconografica del topolino per l’infanzia. Questa tradizione trova il suo massimo esponente nella figura di Topolino di Walt Disney. Il suo successo visivo deriva innanzitutto dalle sue caratteristiche morfologiche: testa grande, orecchie tonde, un corpo minuto e occhi ampi; la costruzione grafica di un topo antropomorfo ha influenzato generazioni di illustratori proprio perché le figure morbide e semplici stimolano risposte empatiche immediate.

Un piccolo esserino da salvare e proteggere a tutti i costi, vagamente tenero e indifeso. Eppure, nel mondo reale, il topo può avere connotazioni negative: indica sporcizia, incuria, e in passato è stato il principale veicolo di tremende epidemie. Tuttavia, questi connotati spariscono nell’illustrazione per l’infanzia mediante un processo di neutralizzazione simbolica.

Tornando a Topolino, il celebre personaggio è stato uno dei primi esempi di tale ribaltamento, che gli ha consentito di diventare una figura universalmente riconosciuta, positiva e simpatica, spianando così la strada a una rappresentazione del topo come figura amica, guida narrativa o principale protagonista (a volte anche un diletto chef, come in Ratatouille).

Winter Burrow (Fonte: press kit)

La storia di Winter Burrow presenta a chi gioca un protagonista che ricalca tutte le caratteristiche del topolino rappresentato negli albi illustrati. Dopo diversi anni, fa ritorno a casa dopo la morte dei genitori, trovando uno spazio degradato, freddo e vuoto, ricavato all’interno di un albero. Questo spazio diventerà subito la nostra “fucina” di materiali per l’esplorazione. Ci serviranno mobili, un letto per dormire, ma anche vestiti per proteggerci dal freddo pungente, e pasti caldi che ci aiuteranno a sopravvivere.

Sul piano estetico, il titolo è graficamente appetibile, con bellissime illustrazioni, colori tenui e pastello, una solida colonna sonora ad accompagnare sia le fasi più concitate e che quelle rilassanti. Il ciclo giorno-notte è fondamentale per la nostra esplorazione così come l’inverno, presenza dominante all’interno del gioco, che attenua i colori, riduce la visibilità quando le temperature si abbassano e introduce una costante sensazione di esposizione: ci saranno momenti in cui desidereremo davvero accendere un piccolo falò per scaldarci, appena cala la sera.

La neve e la costante presenza del bianco sullo schermo ci portano inoltre a provare un senso di vago smarrimento, anche se il titolo è dotato di una mappa che rappresenta l’area che stiamo esplorando, per quanto povera di riferimenti utili all’impresa esplorativa. Non nego che molte volte mi sono trovata a corto di viveri nella tempesta di neve, lontano da casa, e ho potuto contare solo sul seguire a ritroso i passi che il mio personaggio aveva lasciato sul manto innevato.

Il dualismo di Winter Burrow si respira sin dalle prime ore di gioco: ha diversi segmenti cozy, come lo spazio casalingo in cui possiamo dedicarci all’assemblaggio di utensili grazie alle tantissime risorse che troviamo; ma è anche un vero e proprio survival game in cui siamo soli nel fronteggiare il freddo e soprattutto nemici come formiche, cavallette o giganteschi ragni.

Winter Burrow (Fonte: press kit)

Essere sconfitti oppure crollare privi di sensi sulla neve comporta la perdita dei tanti oggetti che erano stati accumulati nel corso dell’esplorazione, e questo obbliga il videogiocatore a uscire con qualche oggetto che potrà rivelarsi strategico durante le lunghe traversate (una crostata di more o una tisana, ad esempio, riescono a riscaldare molto presto). Questa natura “rilassante” del titolo, contrapposta alla tensione costante che si respira al di fuori dell’ecosistema rassicurante della casa come hub centrale delle nostre attività, mi ha ricordato molto Dredge e il sottogenere del dark cozy.

Un aspetto interessante è la durata della campagna, tra le dieci e le quindici ore che possono inesorabilmente allungarsi perdendosi in tante attività, come collezionare risorse per poter ottenere diversi oggetti utili, come nuove armi, picconi, e pale capaci di scavare qualsiasi terreno e rompere materiali presenti nelle rocce che spesso si pongono tra noi e il resto dell’ambiente.

Per il resto, la storia del nostro piccolo topolino non è così arzigogolata, bensì abbastanza lineare: dovremo salvare una nostra cara zia e nel frattempo fare amicizia con tanti altri animaletti suoi amici, sparsi per la mappa, che ci daranno supporto e obiettivi secondari (solitamente si tratta di missioni semplici che portano da un punto A a un punto B e viceversa). Winter Burrow è un videogioco che funziona a patto di essere disposti ad accettare un titolo dai ritmi lenti, ciclici e privi di picchi significativi, non stratificato come Stardew Valley né complesso a livello narrativo.

Il paragone è un po’ forzato, ma il titolo creato dai ragazzi di Pine Creek Games ricorda le illustrazioni per bambini che avevo introdotto all’inizio: le immagini pensate per i più piccoli non cercano complessità e densità di significati, ma costruiscono un’esperienza basata su continuità e riconoscibilità per dare modo al giovane lettore di orientarsi e di affezionarsi. Winter Burrow fa la stessa cosa. Il videogioco costruisce un ambiente leggibile e stabile, in cui il videogiocatore impara a muoversi attraverso un senso di ripetizione e di familiarità: il coinvolgimento ludico nasce dalla gestione di un sistema coerente e familiare in cui orientarsi e, in qualche modo, da cui dipendere.

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