Poche opere dell’ingegno umano riescono a deludermi come i videogiochi. Direi anzi che la delusione è la costante di ogni videogioco. Non credo che ne esistano di perfetti dall’inizio alla fine, come invece mi capita di pensare con alcuni film e alcuni libri. Difficoltà mal bilanciata, problemi tecnici, ingenuità narrative, una mole sproporzionata di contenuti offerta come garanzia di longevità… C’è sempre almeno un motivo per cui un videogioco riesce a deludermi. Anche il più ambizioso. Anzi, forse l’ambizione è il primo dei problemi di molti videogiochi contemporanei.
L’ambizione di essere opera d’arte, di tendere al cinema, alla letteratura, in qualche caso all’opera pittorica. Credo che un gioco come Replaced soffra soprattutto di questo problema. È vero, com’è stato ampiamente scritto, che il gioco di Sad Cat Studios è una delle cose più belle a schermo che abbiamo visto quest’anno, specie a tema cyberpunk. Ma è vero pure che la sua splendida pixel art in 2.5D non dovrebbe solo essere guardata. Dovrebbe essere attraversata, vissuta. Dopo circa otto ore che giocavo a Replaced ero ancora lì che mi stupivo per la bellezza granulare dei suoi fondali, la macchina da presa sistemata sempre nel punto giusto, la deliziosa parallasse e la perfetta stilizzazione con cui gli sviluppatori sono riusciti a caratterizzare, con tre pixel in croce, i volti di ogni personaggio. Continuavo a meravigliarmi, ma avevo ormai smesso di pensare che potessi divertirmici, con Replaced.

Questo però non significa che i difetti di Replaced siano propriamente ludici. Sì, è tutto derivativo, dal combat fino alle sezioni puzzle per arrivare al platforming. Ma la poca originalità è utile alla creazione di un’atmosfera particolarmente riuscita e alla trasmissione di una storia, peraltro anch’essa molto derivativa, che per almeno tre quarti del gioco è ben raccontata. Non mi aspetto che ogni videogioco debba reinventare la ruota, e anzi a volte la semplicità dell’usato sicuro lato gameplay può rappresentare la fortuna di chi sta puntando su altro. Il problema è quando manca la consapevolezza che questo altro non solo non è sufficiente, ma rischia di danneggiare il resto.
Fare a botte in Replaced è molto divertente, sulle prime; e lo sarebbe anche sulla lunga distanza, nonostante la poca varietà dei nemici, se non fosse per i giochi di luce e soprattutto di ombre che in alcuni frangenti impediscono di leggere i pattern degli avversari, o addirittura di riuscire a isolarli dallo sfondo prima che ti attacchino. Stesso discorso per le fasi platform, talmente semplici che solo le difficoltà legate all’individuazione degli ostacoli riescono a renderle impegnative (quindi frustranti). In altri termini, è proprio la direzione artistica a mangiarsi buona parte delle possibilità ludiche, pur limitate, di Replaced.

Ho letto che un altro guaio di Replaced consisterebbe nel fatto che in alcuni momenti si cammina troppo, e che questo lo farebbe assomigliare, quantomeno in quelle fasi, a un walking simulator. Fa sorridere che quando si vuole criticare negativamente un videogioco si finisca con l’accostarlo a un walking simulator. Capisco il punto—poco gioco, troppa trama—ma anche portare a zonzo il giocatore può avere senso a livello ludico; il problema di Replaced, semmai, è che il gironzolare in orizzontale non è mai ripagato da una scoperta che cambia davvero le sorti ludiche o narrative della partita, e anzi alla lunga fa sorgere il sospetto che si tratti di un espediente per farti ammirare l’ennesimo scorcio mozzafiato di Phoenix City o di altre location. Un peccato di autocompiacimento, insomma.
Di recente, mi sono molto divertito con due videogiochi che sono tutt’altro che capolavori come Mad Max (giocato con dieci anni di ritardo) e soprattutto Robocop: Rogue City. Titoli fortemente derivativi, con molta consapevolezza dei propri limiti, che fanno compagnia per qualche ora (qualche decina di ore, nel caso di Mad Max) senza chiedere granché in cambio, se non un po’ di attenzione nel mirare alla testa dei nemici, nella guida o nello sferrare qualche pugno. Replaced chiede invece al giocatore di credere nella bellezza del gioco almeno quanto ci hanno creduto gli sviluppatori. Cosa che in effetti avevo fatto giocando la demo, convincendomi che non vedessi l’ora di mettere le mani sul gioco completo.

Se fosse durato sette o otto ore, forse scriverei altre cose sul conto di Replaced. Invece non vedevo l’ora che finisse, che la smettesse di tirarla così tanto per le lunghe. La delusione e il tedio che ho provato verso la dodicesima ora di gioco mi hanno fatto ripensare a quanto i videogame abbiano un grande potere, che è quello di portarti altrove con un’intensità che altri linguaggi espressivi non possiedono, e a quanto spesso sprechino questa possibilità. Replaced c’era quasi riuscito, recuperando il feeling di vecchie avventure come Flashback e il Prince of Persia originale almeno nella prima metà e poi ancora nella parte ambientata a Phoenix City, prima di cadere sotto i colpi delle buone intenzioni. L’ambizione di fare arte raramente porta gli esseri umani a fare arte. Di questo sono sempre più convinto. Amare il proprio lavoro come lo ama un artigiano fa sì che invece il risultato possa essere davvero utile agli altri. E dio solo sa quanto i videogiochi possano essere utili nell’aiutarti a superare le difficoltà quotidiane senza spegnere del tutto il cervello, ma semplicemente facendolo funzionare in maniera diversa, vitale.
Su questo aspetto voglio insistere: essendo un medium che richiede una sorta di patto di cooperazione creativa tra autori e giocatori, il videogioco può aiutare a tenere attiva la parte immaginifica, ludica e poietica che ciascuno di noi tende a smarrire col tempo. Bisogna credere in questo, quando si sviluppano videogiochi, e ricordarsi che c’è un essere umano dall’altro lato cui si chiede di completare l’opera, di farla esistere, di darle vita. Del resto ho superato i quaranta da un pezzo e non so per quanto ancora gli occhi e le dita potranno reggere questo bellissimo intrattenimento, specie nei casi in cui richiede particolare rapidità di riflessi e lucidità di pensiero. Ho però fiducia nel fatto che Replaced possa avere un seguito, visto il finale aperto, e che un ipotetico secondo capitolo possa mettere un po’ da parte le ambizioni artistiche per farci giocare. Per farci divertire.