Poco tempo fa, in un fine settimana con la famiglia nel Montefeltro, alto appennino marchigiano, guidando tra le dolci curve di montagna, all’ingresso di una zona abitata ho notato un cartello che diceva “andate piano, in questo paese i bambini giocano ancora per strada”. Era la prima volta che ne vedevo uno. L’ho trovato commovente e di una sensibilità unica che rimandava ad un tempo passato che quasi non esiste più. Ho visto molto più spesso invece cartelli con il divieto di giocare e con palloni da calcio sbarrati. Le automobili, gli autobus, i motorini, i tram, ma anche i turisti, soprattutto nelle grandi città, hanno tolto spazio vitale ai bambini, costretti a starsene rintanati in casa, magari proprio davanti ad un videogioco o ancor peggio ad uno smartphone. Sarebbe inimmaginabile vedere oggi bambini giocare a pallone, nascondino, acchiapparella in strada a Roma, Milano o Napoli. Fa più comodo confinarli nei parchi giochi, negli oratori, nelle scuole. Spazi ben definiti e protetti, dove non arrecare danni o creare fastidi con le loro risate, il loro vociare, le loro urla. A queste espressioni vitali e gioiose si preferiscono i clacson, i tubi di scappamento, l’over tourism cafone.
Julián è il protagonista di despelote e non ha problemi a giocare in strada, e anche le persone, tranne qualche rara eccezione, non se ne preoccupano più di tanto. Vive a Quito, capitale dell’Ecuador, ha 8 anni e una passione sfrenata per il calcio. Il gioco si apre infatti con Julián davanti alla TV che pesta i tasti del controller della console dove è installata la cartuccia di Tino Tini’s Soccer 99, chiaro omaggio a Kick Off di Dino Dini (il gioco nel gioco è stato sviluppato da Gabe Cuzzillo, quello di Ape Out e Baby Steps per intenderci). Ma ancora di più adora il football giocato, non importa dove: nel campetto, nel cortile della scuola, in piazza, per strada. Ogni luogo e momento sono buoni per tirare un calcio a qualsiasi cosa gli capiti tra i piedi: un pallone, una bottiglia, una videocassetta, un palloncino. In questo articolo, che contiene molti spoiler, analizzerò il videogioco despelote non per le sue meccaniche ludiche (poche) né per il fatto di essere un memoir personale ma che allarga lo sguardo anche a un preciso momento storico, economico, sociale e sportivo di un’intera nazione. Mi concentrerò invece sul taglio cinematografico realista usato come linguaggio e sulla figura del narratore inaffidabile.
Sempre di più, soprattutto nei videogiochi tripla A, si tende a ricercare la spettacolarità, la grandiosità, il fantasmagorico. Quando si usa l’aggettivo “cinematografico” probabilmente alla maggior parte delle persone vengono in mente titoli come The Last of Us, God of War, Red Dead Redemption 2, Metal Gear Solid 4, Death Stranding, Final Fantasy XV, tutti accomunati da un massiccio utilizzo di lunghissime cut scene. Sono quasi film fatti e finiti, e per quanto siano grandiosi stanno al “cinema” come le pellicole mainstream che sbancano al botteghino. Per fortuna l’aggettivo cinematografico non è appannaggio esclusivo dei tripla A, a volte lo si può usare anche per produzioni molto più piccole. È il caso di despelote che di cinematografico ha molto, moltissimo, ma con una sensibilità più vicina al mondo del cinema d’essai e d’autore, e in particolare alla tradizione realista.

Mi è capitato proprio recentemente di assistere alla proiezione di alcuni film di registi under 35 allo Scintilla filmfest di Fermo, nella meravigliosa Sala degli Artisti che è una ex chiesa con il soffitto tutto affrescato. La differenza è già visibile nei luoghi dove questi film vengono fruiti: i primi sono destinati ai multisala e agli IMAX con centinaia di posti a sedere, schermi grandi come appartamenti e parcheggi enormi; i secondi in intime e affascinanti salette spesso nei centri storici raggiungibili solo a piedi. Mentre i giochi che menzionavo sopra immagino siano installati in milioni di PC e console, despelote, a sei mesi dall’uscita si ritaglia appena 370 recensioni su Steam. D’altronde cosa vogliamo aspettarci da un gioco che non arriva né dagli Stati Uniti, né dal Giappone, né dall’Europa ma dall’Ecuador? Per fare ancora un parallelo con il cinema, il primo film ecuadoriano arrivato in Italia alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia era Ratas, ratones, rateros (1999) di Sebastián Cordero e prodotto da Isabel Dávalos che guarda caso sono i genitori di Julián Cordero, l’autore (insieme a Sebastian Valbuena) di despelote.
Julián ha respirato il cinema sin da bambino, ne è stato impregnato. Lo si vede (ma soprattutto lo si sente) nel gioco. Ad esempio c’è un momento in cui i genitori sono nella loro camera da letto, il padre intento a stirare e la madre a truccarsi, e lui può ascoltare un lungo dialogo sulle difficoltà che hanno nel fare cinema in un paese marginale come l’Ecuador. I dubbi per la distribuzione, i problemi economici e la necessità di trovare partner all’estero, la frustrazione nel sapere di avere un buon film che non viene visto solo perché non c’è il logo di HBO o Cinemax, i grattacapi finanziari dopo che la moneta locale è stata sostituita con il dollaro, i problemi a reperire maestranze locali. Questo dialogo, come quasi tutti gli altri, è molto veloce, le frasi si susseguono, si sovrappongono, si interrompono. Una prerogativa che rende unico despelote è che le conversazioni tra i vari NPC sono spontanee e improvvisate. Sono state registrate dal vivo e senza copione. Per questo risultano così vere, così reali, e usano solo la lingua originale spagnola. E Julián le può ascoltare avvicinandosi agli NPC e senza dover per forza interagire con loro. Origlia, sbocconcella dialoghi che avvengono a prescindere e che spesso non sono diretti a lui. Julián semplicemente vive e “registra” quello che gli capita intorno. Può decidere di ascoltare tutto o semplicemente solo un pezzetto per poi andare a fare altro.
Tutto il gioco è in prima persona e visto con gli occhi di Julián, una scelta imprescindibile se si vuole fare cinéma vérité. Era impossibile farlo con le prime cineprese che arrivavano a pesare oltre 400 kg. Solo con l’avanzare della tecnologia e il progressivo ridursi del peso i registi e videomaker hanno potuto iniziare a portare le videocamere sulle spalle, poi in mano, poi sul telefonino, poi negli occhiali e infine direttamente negli occhi. Per fortuna negli ultimi 50 anni, sempre più registi che si rifanno alla tradizione del cinéma vérité hanno unito la narrazione di finzione alle tecniche documentaristiche per creare un nuovo tipo di storia di formazione radicata nell’autenticità e nella specificità. L’ibridazione tra documentario e animazione è già stato esplorato dal cinema. Mi vengono in mente Persepolis, Valzer con Bashir, Apollo 10 e mezzo. Tutti e tre i film utilizzano uno stile animato espressivo e minimalista per illustrare i ricordi del/la regista. Persepolis e Apollo 10 e mezzo sono più simili a despelote, essendo storie di formazione. Questi film condividono molti temi su cosa significhi crescere in un particolare tempo e luogo. Ora anche i videogiochi stanno cominciando a farlo. A condurci per mano (o meglio per orecchio) nella Quito del 2001 è la voce di un narratore, Julián Cordero stesso. Ci accompagna per cinque giorni della sua vita, che corrispondono ad altrettanti giorni in cui la nazionale ecuadoriana è impegnata nel difficile e improbabile compito di qualificarsi per i mondiali di calcio del 2002 in Corea del Sud e Giappone. Solo che alla fine si scopre che Julián è un narratore inaffidabile. Con la rottura della quarta parete veniamo a conoscenza che il Julián protagonista del gioco e il Julián narratore, non corrispondono. Nel 2001 Julián narratore ha appena 4 anni mentre il protagonista nel gioco ne ha 8. Non poteva ancora frequentare la scuola, non poteva andare a giocare nel parco da solo, non poteva essere lasciato per ben due ore seduto su una panchina in piazza.

Quelle piccole avventure che Julián fa vivere al protagonista sono solo immagini di un’infanzia che non ha avuto, complice una mamma troppo controllante (forse a ben ragione perché nella realtà hanno dovuto assumere una guardia del corpo per registrare i suoni in presa diretta nel parco, visto l’alto valore delle attrezzature). I ricordi non sono ricordi in quanto tali, sono proiezioni. Anche se tutti gli edifici che vediamo, le fontane, le altalene, gli interni delle case sono reali perché scansionati con la fotogrammetria, l’applicazione magistrale di filtri monocromatici e l’uso per ogni giornata di un colore diverso dai toni malinconici e sbiaditi rendono despelote fantasmatico e realista allo stesso tempo. La tecnica del narratore inaffidabile è piuttosto usata in letteratura e cinema e solo da poco si è affacciata anche nei videogiochi. Tra gli esempi più riusciti sicuramente The Stanley Parable e The Beginner’s Guide, a cui Julián deve molto. Altri narratori inaffidabili si trovano in Braid, Slay the Princess, Hellblade: Senua’s Sacrifice, Bastion, Disco Elysium.
In molti hanno criticato despelote per la sua brevità (un paio d’ore) e per un gameplay molto debole, mancante di obiettivi e punteggi. Ma la vita di un bambino di 8 anni deve essere così, i bambini devono divertirsi, gironzolare, ammazzare il tempo, combinare guai. Se li rendiamo performanti già da piccoli cosa diventeranno? Ve lo dico io: come la protagonista del recentissimo e bellissimo Consume Me. Jenny è un’adolescente che, complice una madre invadente (ancora), si ritrova a dover spuntare una to-do list sempre più lunga e difficile da gestire. Gamificare anche la vita è sbagliato. La maggior parte delle volte, se Julián dà un calcio ad un pallone, non ha nessuna ripercussione. È un atto puramente sconclusionato e gratuito. È molto pericoloso a livello di gameplay far fare al personaggio cose irrilevanti, senza alcun peso. Ma la storia è già stata scritta, essendo un documentario autobiografico realista, dove i protagonisti sono Julián e la sua famiglia, ma anche e soprattutto l’Ecuador del 2001, una nazione poverissima, piagata dall’inflazione, dal collasso del sistema bancario e da un tentativo di golpe, che nonostante tutto cerca la rivalsa nel calcio. Panem e circenses dicevano i romani. Se prima il documentario tradizionale indagava la realtà esterna all’individuo, lasciando l’interiorità e l’introspezione alla narrativa ed al cinema di finzione, ora le cose sembrano cambiare. Di fronte ad uno scollamento dell’individuo con la società, di fronte ad una militanza politica sempre più flebile da parte delle nuove generazioni, la rappresentazione della famiglia diventa un obbligato approdo per un’intera generazione.
Altra caratteristica importante di despelote è la presenza di materiali filmici preesistenti, a dimostrazione di come, soprattutto per i più giovani, le immagini ed i filmati siano ormai fruiti non semplicemente come testimonianze di realtà ma direttamente come elementi significativi di realtà. Per tutta la durata del gioco, su vari televisori, si possono osservare le vere partite dell’epoca della nazionale ecuadoriana. Oppure uno spezzone del marciatore Jefferson Perez, altro orgoglio locale, quando vinse la prima medaglia d’oro della storia della nazione alle olimpiadi di Atlanta nel 1996. In più la cosa che colpisce e che rende assolutamente imperdibile despelote è il montaggio. Tagli netti, cut on action, poche transizioni. Il montaggio in despelote seleziona gli elementi più interessanti dell’infinito piano-sequenza reale, gli atti più significativi e morali; attraverso il ritmo temporale assembla un film che illude i destinatari sulla naturalezza dello svolgersi cronologico delle azioni. Il tempo finito è ricostruito, ma si accetta la finzione in nome del racconto che vogliamo vivere. Chissà se un giorno questa sensibilità documentaristica/realista potrà lasciare la scena indie e trovare la sua strada in produzioni con budget maggiori. Per ora va bene così, io continuo a preferire le piccole sale di provincia ai multisala.