Is This Seat Taken?, wholesome senza un perché

Ci sedemmo dalla parte del cozy visto che tutti gli altri posti erano occupati.

Agli occhi di un appassionato di puzzle game, Is This Seat Taken? poteva sembrare il titolo giusto per riscattare un 2025 non tanto generoso quanto gli anni passati. Le premesse c’erano tutte, a partire da un vero e proprio colpo di genio: l’idea di basare il gameplay sull’atto di prendere posto, vale a dire su qualcosa che fa parte dell’esperienza di chiunque: chi non si è mai seduto in un ristorante, su una barca, al cinema, allo stadio, sull’autobus? Il rompicapo poi va a costruirsi quasi da solo, visto che ogni volta che capita di dover scegliere un posto, entrano in gioco preferenze e idiosincrasie personali di ogni genere; ed è proprio su queste che si basano i puzzle di Is This Seat Taken?, dove lo scopo ultimo di chi gioca è, in sostanza, non scontentare nessuno.

Ogni quadro chiede di trovare un posto a una serie di personaggi, rispettando i rispettivi desiderata: c’è chi non sopporta i bambini, chi vuole stare vicino a un amico, chi vuole stare lontano da una persona che non sopporta, o da chi puzza, o da chi chiacchiera ad alta voce, o da chi ascolta la musica senza le cuffie, e così via. Tutti motivi di fastidio decisamente reali, che raccolti tutti insieme in Is This Seat Taken? fanno inevitabilmente pensare: quand’è che la gente è diventata così poco tollerante verso il prossimo? Cosa divide, sociologicamente e psicologicamente parlando, chi fa crowdsurfing ai concerti e alle feste si attacca alla prima bottiglia di birra che passa, da chi non si trova a suo agio se ha accanto una persona che si è spruzzata troppa acqua di colonia?

Is This Seat Taken? (Fonte: press kit)

Forse non si tratta solamente di preferenze individuali, ma una stessa persona tende a regolarsi diversamente a seconda dell’età e del contesto? Sarebbe stato interessante vedere Is This Seat Taken? andare un po’ più a fondo nella rappresentazione dei temi che chiama in causa; invece è un wholesome game. Negli ultimi anni quello che nasceva come profilo su Twitter è diventato prima una community, poi una nicchia, in seguito una moda, infine un vero e proprio editore; e, un passaggio dopo l’altro, la sua iniziale ragion d’essere è venuta meno. Perché inizialmente wholesome era qualcosa di vicino a un sentimento, o a uno stato d’animo. Col tempo, attorno a quel termine si è formata una comunità, e allora fornire una vetrina a un certo tipo di giochi è diventato quasi un atto politico, sicuramente una riflessione sull’intero settore videoludico.

I coloratissimi e carinissimi pupazzi dei videogiochi wholesome diventavano dei severi accusatori dell’industria, e sembravano dire agli sviluppatori di tutto il mondo: sui server di Battlefield, di GTA Online, di Call of Duty e di Counterstrike ogni giorno migliaia di giocatori si ammazzano l’un l’altro; e, fatta eccezione per i titoli sportivi, da FIFA a Mario Kart, voi non avete ancora saputo proporre niente di diverso. Poi è arrivato il successo, chiunque ha iniziato a salire sul carro dei giochi wholesome e sono iniziati anche i problemi. Innanzitutto quell’idea è diventata un po’ meno politica e molto più commerciale: i colori, gli stili grafici, le meccaniche di gioco che comunicavano un gameplay “cozy” si sono standardizzati, e hanno iniziato a uscire decine e poi centinaia di titoli tutti uguali, generalmente ambientati in una fattoria.

Is This Seat Taken? (Fonte: press kit)

Giunta a totale saturazione l’offerta di fattorie virtuali, sono arrivate le versioni cozy di qualsiasi cosa in origine—ma a ragion veduta—non lo fosse: quello che è senz’altro l’articolo videoludico con il miglior titolo dell’anno, “a wholesome plane has hit the second cozy tower”, evidenzia tutta l’inopportunità di operazioni simili, portando l’esempio di un gioco sui controlli aeroportuali, che diventa un caso emblematico di ricerca del wholesome laddove invece sono in ballo temi molto delicati come l’immigrazione o il terrorismo. Per quale motivo Is This Seat Taken? vada a complicarsi la vita rivestendo di cozy un un impianto di gioco che, come detto prima, funziona praticamente da solo, non è dato capirlo. È forse possibile attribuire questa scelta a una semplice valutazione in merito al posizionamento più redditizio sul mercato: i wholesome game vendono in media più dei puzzle game, probabilmente.

Però è difficile non vedere come questo impacchettamento lavori contro la piena riuscita del gioco. Di una trama Is This Seat Taken? proprio non aveva bisogno, dato che a unire le varie città in cui si dividono i livelli di gioco sarebbe bastato anche solo il menu, come accade per dire in Mini Metro; invece ogni metropoli qui viene presentata come una tappa nel viaggio dell’aspirante attore Nat, protagonista di una storia tra le più banali e inutili mai raccontate in un videogioco. Allo stesso modo lo stile grafico, per quanto gradevole, non dà un gran contributo e anzi finisce con l’appiattire questo titolo su un genere al quale, tutto sommato, nemmeno appartiene. È vero, nulla di tutto ciò può rovinare Is This Seat Taken? in quanto rompicapo, né può pregiudicare il divertimento ricavabile da una serie di puzzle progettati con cura. Is This Seat Taken? in quanto videogioco, invece, è un’operazione che appare priva di senso, se non a livello puramente economico; e—per carità, senza fare gli idealisti, senza ingenue illusioni—almeno dagli indie, sotto questo profilo, sarebbe lecito aspettarsi qualcosa di meglio.