Appena lo inizi, Everdeep Aurora ti dà la sensazione di essere stato creato da appassionati che, proprio come te, amano i titoli della loro infanzia. La nostalgia che ho provato giocando mi ha riportato ai tempi in cui usavo il mio Game Boy, facendomi riaffiorare un ricordo piacevole: ero in macchina con i miei genitori, di sera, e cercavo la luce dei lampioni per riuscire a vedere meglio lo schermo della storica portatile Nintendo. Everdeep Aurora mi ha fatto esattamente questo effetto. È un’avventura indie in pixel art, con ambientazioni dark fantasy, sviluppata da Nautilus Games, un piccolo team di Madrid che si percepisce subito molto legato al proprio progetto.
Al centro della storia c’è Shell, una piccola gattina nera. La sua avventura comincia nel momento in cui scopre che la madre è scomparsa. Prima di andarsene, le ha lasciato solo una nota: dice che deve allontanarsi, senza poter dare motivi, e che—se non dovesse tornare—Shell dovrà cercarla nel “solito posto”. Peccato che lei non abbia la minima idea di quale sia. Il mondo, in superficie, è ormai diventato un luogo pericoloso per via delle piogge dei meteoriti. Shell, quindi, si addentrerà in un mondo sotterraneo, in cui intere comunità vivono nelle profondità, ormai abitate e ricche di rifugi e cunicoli, un gigantesco sottobosco vivo e pulsante.
Quello che mi ha colpito di più è stato il design dei personaggi; la protagonista, una gattina nera, ha fatto sin da subito breccia nel mio cuore in quanto amante dei felini, e non è la sola: tutto il mondo di Everdeep Aurora è popolato da animali. Ribbert la rana è il primo personaggio con cui veniamo in contatto, in superficie, pronto a donarci il fidato trapano che utilizzeremo nel corso dell’avventura. Ma non finisce qui, perché nel mondo complesso e sfaccettato del gioco troveremo anche dei pipistrelli intimidatori, un cobra negoziante e una taverna in cui viene suonata musica dal vivo.

La storia di Everdeep Aurora è molto semplice, ma solo in apparenza. Con il procedere dell’avventura la storia del piccolo felino si espande: lungo l’esplorazione del sottosuolo il videogiocatore farà la sua conoscenza con una lore complessa, in cui i documenti parlano di eventi passati tumultuosi e di automi decaduti in antiche caverne. La vita di colonia nel sottosuolo non è tutta rosa e fiori. Ogni scoperta spinge a scavare più a fondo, letteralmente, e a capire meglio la storia che si cela dietro quella che viene presentata, almeno inizialmente, come la storia di una scomparsa.
L’esplorazione è verticale e dovremo farci strada scavando con il nostro trapano nuove strade e sentieri in questo sottosuolo che sembra non avere fine. Man mano che andremo avanti, la piccola mappa posta sulla destra dello schermo ci mostrerà la strada battuta, dando contezza al giocatore di dove si trova e qual è la via più semplice per poter, eventualmente, ritornare sui propri passi. Il trapano non è un’arma, nonostante ci sia un gentile fabbro pronto ad ampliare e “affinare” il nostro prezioso oggetto, e inizialmente ha una certa quantità di carica, che può essere migliorata nel corso del gioco.
Questo è uno dei motivi per cui vale la pena esplorare ogni dungeon che si incontra. Procedendo nell’avventura, il videogiocatore potrà sbloccare nuove abilità più avanzate, come una ricarica più ampia ma anche abilità per Shell stessa, tra cui il salto migliorato. Ciò rende Everdeep Aurora un vero e proprio metroidvania, che invoglia il videogiocatore a tornare in zone già visitate per raggiungere aree prima inaccessibili. Tuttavia, nel titolo dei ragazzi di Nautilus Games manca la componente relativa al combattimento. Spesso, quando parlo del connubio videogiochi e violenza, è molto difficile trovare un videogioco che non contempli lo scontro, la lotta tra il bene e il male. Quasi ogni videogioco lo prevede, anche Mario—ad esempio—ha il suo Bowser.

Ci sono varie eccezioni, ovviamente, ma Everdeep Aurora è uno dei pochi metroidvania senza combattimenti. Al posto di essi c’è lo sforzo emotivo, da parte del giocatore, di rimanere sulla sua strada, concedendosi il lusso di perdersi, dubitare, riformulare un percorso, notare un dettaglio che era sotto gli occhi ma che in primo luogo è stato ignorato. Anche la storia segue pian piano questo percorso, è una narrazione intima che spazia tra il non detto e l’intuizione. Shell è alla ricerca di sua madre ma parte senza indizi, può affidarsi solo a una frase enigmatica; la protagonista e il giocatore partono quindi dallo stesso livello, nessuno dei due sa qualcosa di più dell’altro.
La narrazione scelta dai ragazzi madrileni è di tipo ambientale, e chiama in causa il videogiocatore, facendolo diventare co-autore del level design. Questo indubbiamente comporta tanta inventiva e voglia di fare, ma anche una discreta dose di frustrazione poiché basta poco per disorientarsi e perdere la propria strada, e lo stile non aiuta poiché—a lungo andare—il vasto paesaggio in pixel art che richiama ere videoludiche lontane ci sembrerà ridondante e tutto uguale.
Tuttavia l’estetica risulta ben curata ed è un canto d’amore ai vecchi videogiochi approdati sul Commodore 64, il NES e il Game Boy, e la palette di colori limitata dona al mondo di gioco un aspetto malinconico e ovattato; ogni area sotterranea ha la sua identità visiva, spesso costruita su contrasti di luci e ombre che trasmettono un senso di profondità e isolamento. La soundtrack del titolo è composta da brani rilassati, melodie delicate con sintetizzatori che quasi richiamano il limitato comparto audio dei vecchi handheld anni Novanta. Non vi nascondo che spesso ho lasciato la mia console accesa sul menu principale per poter ascoltare la musica.

Insomma, Everdeep Aurora è un titolo che si lascia giocare tra titoli densi d’azione, in quanto offre un’esperienza rilassante e di breve durata. Il gioco si può tranquillamente terminare nel corso di sei ore, e sono presenti diversi finali, tra cui il true ending sbloccabile se si collezionano dei determinati oggetti. Alcuni lo hanno considerato una versione più cozy del ben più noto e frenetico Hollow Knight, il capolavoro di Team Cherry. In effetti, ciò che accomuna Everdeep Aurora ad Hollow Knight è la trama densa di misteri, mentre la pressione del combattimento non esiste a favore di un titolo votato all’esplorazione e ai suoi contenuti contemplativi.
Quello che otteniamo è un cozy game dalle tinte dark fantasy, in cui una user interface minimale ed echi di console passate si fondono per darci un’avventura interessante anche se—alcune volte—un po’ confusionaria, vista la mancanza di tutorial e altri obiettivi chiari. È un titolo a tutto tondo che affronta tematiche complesse quali perdita, amore e memoria. La ricerca della madre da parte di Shell non è solo il motore che avvia l’avventura, ma si trasforma in un’allegoria della ricerca di senso, di comunità, di radici che—in questo caso—sono emblematiche in quanto si sviluppano sottoterra. Insomma, nonostante fosse un titolo nato senza pretese, Everdeep Aurora affronta tematiche serie con una calma senza rivali.
Come detto prima, è un titolo perfetto da ammirare nelle pause, magari tra un videogioco competitivo e l’altro e—nonostante alcuni attimi di smarrimento—l’esperienza è una riuscita unione di momenti meravigliosi ed emozioni genuine. Quello che lascia Everdeep Aurora, una volta posata la console o il mouse, è la sensazione di aver scavato un po’ anche dentro sé stessi. La libertà d’azione, la gestione del percorso (che può essere ragionata o improvvisata) sono lo specchio dello stile di gioco del videogiocatore e anche del suo carattere. La successiva risalita, che va fatta spesso, è un continuo confronto con il percorso che si è creato inizialmente, diventando metafora spontanea del proprio modo di procedere nella scoperta. In questo modo Everdeep Aurora non racconta solo la storia di Shell ma offre anche un piccolo spazio per osservare chi lo attraversa.