Sono una grande fan di Twin Peaks. L’ho recuperata molti anni dopo la sua messa in onda, e devo dire che mi ha tenuta incollata allo schermo per giorni. Quando la guardavo, da grande appassionata di videogiochi, l’idea costante che mi veniva in mente era: “questo è un setting che si sposerebbe benissimo con un videogioco!”.

Ovviamente, l’industria videoludica aveva già ampiamente sfornato titoli totalmente ispirati a Twin Peaks ma io non ne ero a conoscenza. Volevo assolutamente rivivere le stesse sensazioni, anche se consapevole del fatto le uniche opere che assomigliano a quelle di David Lynch sono quelle scritte e dirette da lui stesso.

Negli anni successivi si sono susseguiti una serie di recuperi di titoli famosi che hanno ricreato le stesse sensazioni che Twin Peaks mi aveva dato. Tra gli esempi di videogiochi ispirati all’opera di Lynch, posso citare Alan Wake (e il suo sequel), Life is Strange, Virginia, Kentucky Route Zero e i videogiochi giapponesi Mizzurna Falls e Deadly Premonition. Ognuno di questi titoli ha le sue peculiarità, i suoi difetti e pregi, ma sono tutti accomunati dal fatto che sono ambientati in cittadine americane di provincia, in cui tutto sembra poter accadere.

Silver Pines (Fonte: press kit)

Silver Pines prende quello che ci offre Twin Peaks e aggiunge diverse componenti videoludiche rese celebri da titoli survival horror, come il menù limitato fatto a blocchi, le casse in cui conservare oggetti, i punti di salvataggio distanti e tanto altro. Tuttavia, a differenza dei survival horror 3D, Silver Pines ci regala un’esperienza esplorativa a scorrimento orizzontale.

È una dichiarazione d’amore a tante opere, ma quello che salta all’occhio è la componente visiva che richiama molto le atmosfere surreali di Lynch. Gli sviluppatori di Wych Elm Games non si sono limitati a inserire qualche timido riferimento, ma hanno costruito il titolo sulla base dello stile del visionario cineasta scomparso lo scorso anno. Proprio come l’agente speciale Dale Cooper che raggiunge la cittadina boscosa di Twin Peaks, in Silver Pines arriva l’investigatore privato Red Walker. Il suo obiettivo, su mandato dell’enigmatico Mr. Jackman, è quello di trovare Eddie Velvet, un musicista svanito nel nulla.

Da qui parte la scoperta, da parte del nostro protagonista, di una città deserta e nebbiosa, che tanto ricorda Silent Hill, a tratti labirintica e piena di tunnel, passaggi sotterranei, cunicoli e palazzi fatiscenti. Queste aree sono popolate da figure grottesche che si muovono nel buio, emanano suoni gutturali e si dimostrano violente verso il protagonista, che sembra essere l’unico a vederle.

Silver Pines (Fonte: press kit)

Chi è avvezzo a questo genere di horror psicologico, forse riuscirà a capire già dalle prime battute che cosa stia succedendo. L’estetica noir fa da padrona e le varie aree non danno noia, essendo tutte arricchite da diversi particolari ed enigmi mai banali che, una volta risolti, regalano un senso di soddisfazione piacevole, e invogliano ad andare avanti.

Essendo un survival horror con meccaniche metroidvania, il titolo punta molto sul backtracking. Solitamente non amo tornare in aree già viste nei videogiochi, soprattutto quando non c’è un reale motivo per farlo, però in Silver Pines questo non è per nulla “pesante”, perché in tutta la mappa sono disseminati oggetti utili per la progressione e per la scoperta di tante quest secondarie.

Sovente capiterà di incontrare qualche NPC con cui scambiare due parole: molti ci regaleranno dei dialoghi ancora più criptici, altri invece ci aiuteranno a scoprire alcuni aspetti della trama. All’interno delle aree da esplorare ci saranno oggetti da poter usare al momento, oppure da “combinare”, un altro aspetto ludico divertente e imprescindibile in ogni survival horror che si rispetti.

Silver Pines (Fonte: press kit)

Nelle save room, con il logo di un telefono pubblico, troveremo una vecchia cabina telefonica a gettoni in cui poter salvare i progressi. Da ogni cabina possiamo chiamare un numero in sovraimpressione sullo schermo che ci “aiuterà” a salvare la partita, ma non basta questo: ogni telefonata ha un costo simbolico di un dollaro che dovremo trovare nel gioco. Nella mia esperienza non mi è mai capitato di rimanere a corto di spiccioli, grazie anche a qualche “sbadato” che le ha dimenticate nel vano portamonete (forse gli sviluppatori temevano di lasciare il videogiocatore “scoperto” dai salvataggi?).

Una piccola curiosità: prima di dedicarmi a Silver Pines ho giocato all’atteso Silent Hill Townfall, nuova entry della saga di Konami, e anche lì c’è un sistema di salvataggio del tutto simile a quello creato dai ragazzi di Wych Elm Games. Presumibilmente è una bella casualità, e questo stratagemma non fa altro che aumentare l’ansia di dover salvare il gioco ad ogni importante scoperta o azione irreversibile.

A differenza, però, dei nuovi survival horror che cercano anche di ammorbidire quella che è l’esperienza ludica in generale, Silver Pines è un videogioco abbastanza ostico, soprattutto se giocato alla difficoltà per cui è stato progettato dagli sviluppatori.

Silver Pines (Fonte: press kit)

Le prime fasi di gioco mi hanno portato a collezionare diversi game over, soprattutto quando mi sono trovata faccia a faccia con il primo boss. Ho notato, in quell’occasione, che il primo passo falso che si può fare in Silver Pines è una scorretta gestione delle risorse. Malgrado l’inizio sia abbastanza “tranquillo”, è sempre necessario tenere una nutrita scorta di munizioni e oggetti curativi perché il dislivello (non so se questo è voluto o meno) tra i primi nemici e il primo boss è davvero ampio. Questo dislivello andando avanti nella storia più o meno si attutisce, ma il livello di sfida rimane da non sottovalutare.

La tensione per gli scontri, unita al fatto di voler scoprire la verità, ha tenuto alto il mio livello di attenzione per svariati giorni, più o meno una settimana, per finire l’avventura. Come spesso accade, determinate azioni fatte nel gioco porteranno il videogiocatore a sbloccare dei finali diversi, che sono in tutto tre, e tutti facilmente sbloccabili se si seguono alcuni accorgimenti.

Uno di questi l’ho apprezzato particolarmente e le emozioni provate, complice anche un’ottima recitazione da parte degli attori che hanno prestato la voce ai personaggi, hanno mosso in me qualcosa. Il comparto sono è molto ricercato, con musiche dark jazz che si sposano con il fascino retrò dei paesini di provincia statunitensi, fino a sfociare verso un ambient elettronico più duro nelle fasi più concitate e in scene di particolare impatto.

Silver Pines (Fonte: press kit)

I colori scuri e la predominanza del rosso rendono l’elemento sovrannaturale ancora più vivo e, citando sempre Lynch, il colore caldo ci accompagna in scenari onirici e sospesi nel tempo, come in una sorta Loggia Nera. Uno spazio equivalente a quest’ultimo, che sembra sospeso in un mondo tra sogno e realtà, è il locale Rabbit Hole, in cui si esibiva il musicista Eddie Velvet.

Oltre ad essere un chiaro riferimento ad Alice Nel Paese Delle Meraviglie di Lewis Carroll, la frase inglese “down the rabbit hole” si usa per descrivere l’ingresso in una situazione caotica o in un’esperienza psichedelica, la stessa che ci regala Silver Pines nel corso della sua breve ma intensa narrazione. Per tutta la scrittura di questo pezzo ho ascoltato i Jefferson Airplane che cantavano:

And if you go chasing rabbits
And you know you’re going to fall,
Tell ‘em a hookah smoking caterpillar
Has given you the call.
Call Alice
When she was just small.

Ora tocca a te gettarti nell’abisso di questa nuova avventura.

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