Per scrivere queste righe ho ripescato dalla mia libreria una vecchia copia ingiallita di Alta Fedeltà di Nick Hornby (Guanda, 1996)1. Quando comprai il romanzo avevo 23 anni e una discreta collezione di musica divisa tra cassette, vinili e cd messa in piedi sacrificando le merende alle superiori prima e investendo i primi stipendi poi. Prendevo anche lezioni private di basso e muovevo i primi passi in una sgangherata band che cercava ancora un/a cantante. Posso affermare con certezza che la musica, insieme ai videogiochi e ai libri, sono state le colonne portanti della mia formazione. Potete immaginare, quindi, con quanta trepidazione stessi aspettando l’uscita di Wax Heads.
Il mio negozio si chiama Championship vinyl . Vendo dischi di musica, punk , blues , soul e r&b, un po’ di ska, qualcosina delle Antille, alcuni pop degli anni sessanta – tutto per il serio collezionista di dischi , come dice la scritta , ironicamente all’antica, sulla vetrina.
Nel romanzo di Hornby, Rob è un trentenne che cerca di sbarcare il lunario gestendo un piccolo negozio di dischi nel nord di Londra, mentre tenta di rimettere in sesto la propria vita dopo essere stato lasciato dalla fidanzata Laura. Atmosfere simili si respirano nel gioco di Patattie Games (pubblicato da Curve Games), dove si vendono dischi degli stessi generi del Championship Vinyl. Qui il negozio si chiama Repeater Records ed è gestito da Morgan, ex leader della celebre rock band anni ’80 Becoming Violet, fondata insieme alla sorella Willow. Il giocatore assume il ruolo del “nuovo arrivato” e, dopo aver consultato un semplice manuale illustrato in stile fanzine, è subito pronto a mettersi dietro al bancone per soddisfare le bizzarre e criptiche richieste dei clienti.
Sono in ritardo, quando arrivo al negozio. Vedo che c’è già Dick, sta appoggiato alla porta e legge un libro. Dick ha 31 anni, i capelli neri, lunghi e grassi; porta una maglietta della Sonic Youth.2

Se nel libro gli aiutanti di Rob sono soltanto due, Dick e Barry, in Wax Heads il gruppo si allarga a cinque colleghi, organizzati in turni da due. Il team è composto da Abi, manager di una punk band femminile; Hank, bassista e cantante; Matteo, il ‘party boy’ con la citazione sempre pronta; Paul, l’attivista locale e la giovanissima e cinica Tee. Grazie alle loro diverse sensibilità, accolgono subito il “nuovo arrivato” facendolo sentire parte di una vera famiglia e di una comunità, più che un semplice commesso; anche se poi, all’atto pratico, lo lasciano solo alla cassa a decifrare le bizzarre richieste dei clienti.
Sono nello sgabuzzino, cerco di metterlo un po’ in ordine, quando mi arriva alle orecchie il dialogo fra Barry e un cliente – maschio, e di mezza età, a giudicare dalla voce, e certamente poco aggiornato. «Cerco un disco per mia figlia. È per il suo compleanno. I just called to say I love you. Ce l’avete?»
La giornata tipo si svolge seguendo un rituale preciso: si inizia con due chiacchiere tra colleghi nell’ufficetto sul retro, controllando i nuovi post su Phonogram e leggendo la newsletter Walking the Cow direttamente sul cellulare. Prima di accogliere il pubblico, si può esplorare il negozio per studiare i vinili esposti, analizzandone ogni dettaglio: la copertina, i titoli sul retro, la casa discografica, le recensioni e persino l’etichetta circolare vicino al dead wax (la parte liscia dopo l’ultima traccia che a volte nasconde incisioni o messaggi). Una volta aperto il negozio, inizia la vera sfida. Ogni cliente avanza richieste fumose e criptiche: sta al nostro acume logico e visivo dedurre il disco corretto basandoci su indizi grafici, canzoni specifiche o curiosità bizzarre, come il gruppo preferito di un determinato scrittore.

Una volta individuato l’album, si batte lo scontrino e si attende il verdetto. La valutazione va dal massimo punteggio, il ‘rad’ (figo), a scendere verso l”ok’, il mediocre ‘meh’ e il terribile ‘sad’; vedere un cliente uscire insoddisfatto è senza dubbio la sensazione peggiore del gioco. Il gameplay, che ricorda da vicino titoli come Coffee Talk e Strange Horticulture/Antiquities, offre due livelli di difficoltà: uno più punitivo, in cui la scelta è definitiva, e uno più permissivo che consente di riprovare finché non si trova il titolo esatto. Di solito dopo aver servito tre clienti, la giornata si chiude come era iniziata: un’ultima chiacchierata nel retro, ci si saluta e, talvolta, si finisce a bere qualcosa al pub. Il loop di gioco è spezzato a volte da alcuni minigiochi tipo disegnare con degli sticker una locandina per i concerti o incastrare materiali audio su un espositore in stile A Little to the Left.
Il negozio puzza di fumo rancido, di umido, e di copertine plastificate, ed è stretto e squallido e sporco e stipato, un po’ perché è così che lo volevo – questo è l’aspetto che deve avere un negozio di dischi, e solo i fan di Phil Collins amano i negozi dell’aria pulita e salubre come un quartiere residenziale in periferia – e un po’ perché non riesco a decidermi a ripulirlo o a far rimbiancare le pareti.
Anche il Repeater Records è più vicino alla descrizione sopra che ad un asettico Apple store. È coloratissimo, gremito di dischi, disposti in ogni dove e senza un apparente senso logico. Le pareti sono anch’esse tappezzate da vecchi poster, locandine, adesivi e graffiti. Le luci non sono studiate per mettere in risalto la merce, ma creano comunque un atmosfera gradevole. La signora delle pulizie probabilmente è in ferie da un pò di tempo. In un angolo c’è persino un cabinato giocabile dal titolo Diggy Doggo. È proprio in questa apparente disorganizzazione che risiede l’unicità e il fascino del negozio. Il Repeater Records è un unicum irripetibile, costruito interamente sulla personalità della proprietaria e dei suoi collaboratori. Non si tratta di un progetto aziendale deciso dall’alto, ma di un luogo che nasce da esigenze personali, dove ogni membro del team lascia un pezzo di sé.

«Berry, Dick e io abbiamo deciso che non puoi essere una persona seria se hai…»
«Meno di cinquecento dischi. Si lo so. Me l’hai già detto un mucchio di volte.»
Nel gergo anglosassone, i wax heads sono gli irriducibili del vinile, quelli che passano ore a scartabellare tra le casse dell’usato alla ricerca della copia perfetta. Il videogioco omonimo, pur essendo un’esperienza digitale (per ora non esiste una copia fisica), sceglie di celebrare proprio la magia del supporto analogico e, soprattutto, l’importanza insostituibile del fattore umano. A differenza di un algoritmo, che si limita a processare dati freddi, un negoziante in carne ed ossa può leggere uno sguardo, interpretare un tono di voce o decifrare la postura di chi ha di fronte, offrendo un consiglio basato su una reale connessione emotiva. Questa empatia diventa centrale in momenti toccanti del gioco, come quando un cliente anziano cerca un disco jazz per elaborare il lutto del marito: in quel caso, la ricerca della musica giusta smette di essere una vendita e diventa un atto di cura. Ho perso più tempo del dovuto per procurargli il disco giusto ma ci sono riuscito. Se allarghiamo lo sguardo, questo dovrebbe essere anche il ruolo della critica videoludica: non vendere giochini, ma consigliare esperienze adatte allo stato d’animo del momento.
È un po’ quello che cerca di fare Ludocene, una web app, ideata da Andy Robertson, progettata per aiutare persone e famiglie a scoprire videogiochi basandosi su consigli umani (esperti, genitori, educatori) anziché su algoritmi. Ma Wax Heads offre anche una profonda lettura sociale sulla gentrificazione e sulla progressiva scomparsa dei negozi di quartiere. Questi spazi non sono semplici punti vendita, ma veri e propri presidi di comunità e luoghi d’incontro dove possono persino nascere storie d’amore o improbabili amicizie. Luoghi come il Repeater Records del gioco, o il celebre Championship Vinyl della letteratura, esistono per ricordarci che in queste botteghe pulsa ancora un’umanità che nessuna intelligenza artificiale potrà mai replicare. Quindi mantenendo il ruolo di “new kid” il mio consiglio è di prendere Wax Heads se amate la musica (ci sono oltre 30 canzoni originali), il crate digging (l’arte di spulciare i vinili), le zine, un atteggiamento punk e anticonformista, tanti personaggi queer, accontentare le richieste dei clienti, leggere (in inglese) una bella storia di sorellanza e resistenza.